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Pagina creata il 17 Agosto 2018
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Aggiornata Domenica 30-Set-2018

 

 

Questo è un embrione di progetto al quale sto lavorando. È una lettera, un diario aperto che un uomo scrive rivolgendosi ad una o più donne immaginarie. La lettura di ciascun frammento potrebbe essere accompagnata ascoltando il brano musicale che lo ha in parte ispirato e di cui includo il Link.

È ancora tutto molto vago e, per quanto ne so, potrei lasciar perdere in qualsiasi momento.

 

 

...

20 Novembre 2017

Se tu esistessi non avrei bisogno di dirti cosa agita la mia anima, la riempie di sgomento e desiderio - lo sapresti già, quel vento scuote anche te.

Se tu esistessi non ti scriverei lettere d’amore appassionate, senza dire una sola parola ti guarderei e guarderei e guarderei ancora e ancora e ancora, perché della bellezza non ci si stanca mai.

Se tu esistessi, specchiandomi in te, vedrei la mia che, seppur sfiorita, nei tuoi occhi riverberebbe come appena sbocciata.

Oh, come ti sentiresti splendida, magnifica, e come lo saresti!

Mi abbaglieresti, ti abbaglierei - e finalmente, ciechi, cammineremmo sui carboni ardenti. Io seguendo il tuo odore, tu il mio, non perderemmo la strada, non perderemo nulla e potremo finalmente fermarci ad ascoltare il silenzio.

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Novo Amor, “Carry You”

13 Luglio 2018

E quindi, eccomi alle prese con le prime righe di una lettera che mi gira in testa da tanto, tanto tempo. Eccomi: i ventilatori accesi cercando un refrigerio che non troverò, la penombra, gli occhiali sul naso, tu, sorda e cieca, inesistente, ma qui.

Interlocutrice senza nome da sempre evocata, chiamata, cercata. Forse nemmeno esisti, ma se in qualche luogo sei, potrebbero arrivarti le mie parole e se un giorno dovessi incontrarti, queste ti dimostreranno quanto ti ho aspettata e quanto sei stata nei miei pensieri - invisibile, nei miei occhi.

In realtà ti scrivo sin da quando ero bambino. Ogni lettera dell’alfabeto, prima, ogni parola e frase, poi, cammina da allora nel mondo - cercandoti, parlandoti. Un interminabile, errabondo soliloquio.

Chissà chi sei, qual è il tuo nome. Chissà qual è il colore dei tuoi occhi, chissà le tue mani come sono, come si muovono. Chissà se la tua risata ha il potere magico di accendere la mia, scacciare i cattivi pensieri, riportarmi leggero a te.

Chissà. Chissà se ci siamo già incontrati. Chissà se mai c’incontreremo. Chissà se stando accanto ci accorgeremo uno dell’altra. Chissà. Magari è già accaduto, ma gli sguardi non si sono incrociati, oppure tu mi hai guardato ed io ero soprappensiero, non vi ho fatto caso, o il contrario, io ti ho guardata e tu ti sei voltata senza nemmeno accorgerti, o forse ci siamo guardati e ignorati per paura, timidezza, distrazione, per mancanza di tempo o coraggio. Chissà.

Sei più grande di me? Più alta? O di poco più giovane, o molto? La tua bellezza mi spaventerebbe? Lo farebbero i tuoi problemi? E dei miei, dimmi, potresti farti carico senza morirne?

Sì, t’immagino bellissima. T’immagino paziente, curiosa, appassionata e intelligente. T’immagino capace di farmi sentire a casa, finalmente – ed io di quella casa avrei cura, ne farei un giardino per le tue lunghe passeggiate, senza di me. T’immagino e sono stanco di immaginare.

Mi manchi ed oggi, come sempre più spesso capita, ho paura che non ti troverò mai, ma ti scriverò ancora. Ti racconterò quello che penso, quello che vedo. Ti parlerò come se tu fossi qui, non fossi mai andata via, come se tu esistessi davvero. Come se il tempo non esistesse. Non esistesse lo spazio. Non esistesse nulla tranne il futuro.

Allora fallo anche tu: cercami, scrivimi, trovami – poi, accoglimi.

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Rebekka Karijord, “Morula”

15 Luglio 2018

Sai, in me vi è parecchio movimento. C’è un po’ di affollamento qua dentro. Certe volte ci vorrebbe qualcuno a dirigere il traffico, ma generalmente non si litiga, la convivenza è ordinata e rispettosa, talvolta spassosa, sempre interessante.

Magari uno di questi me sei tu. C’eri l’altro giorno quando, sul pianerottolo, vociavamo? Giocavamo a prenderci in giro, facevamo finta d’insultarci e invece era una festa. C’eri? No, altrimenti d’incanto avrei smesso di sentirmi solo. Ti avrei cercato con lo sguardo e pur non vedendoti avrei percepito la tua presenza. Avrei sentito la tua mano sfiorarmi per tranquillizzarmi e la vita improvvisamente mi sarebbe sembrata meravigliosa.

Il fatto è che talvolta ti sento. Mi giri intorno. È una sensazione così forte che se mi concentrassi penso potrei addirittura vederti, forse toccarti, ma non capita spesso. Da qualche giorno sei sparita, non ti sento più.

Talvolta penso di non stare sognando. E se tu esistessi davvero? E se tu ed io stessimo già vivendo una vita insieme, piena e felice come immagino? Non qui, in questa dimensione, in un’altra! Ci sono momenti in cui la commozione mi vince, mi vince la gioia, la nostalgia, l’amore per te, per la nostra vita. Potrei quasi descrivere la nostra casa, la pace che la riempie. Una pace così grande da giungere sino qui. Ma io, qua, adesso, sono così tremendamente infelice da farmi carne viva, basta un alito di vento e trasalisco. Tu, lì, come stai? Riesco a completarti? Sono presente, onesto, affettuoso? Ti comprendo, so leggerti il cuore, so scacciare le inquietudini, so accompagnarti senza guidarti, so anticiparti senza farmi notare? Dimmi di sì, rassicurami!

Può un amore non essere anche questo?

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Goldmund, “Threnody”

15 Luglio 2018

Eccoti. Sei tornata qualche secondo, giusto il tempo di riempirmi di sospiri. Tieni. Ti va di farmi la barba? Aspetta, hai una briciola qui, dove le labbra si chiudono – o aprono. Non guardarmi così, non sostengo il tuo sguardo. Ridimi addosso. Vai via? Ancora?

È già finita la sera.

16 Luglio 2018

Ancora qua. Senti la risacca? Il profumo del mare? Lo vedi il sole declinare all’orizzonte, colorare d’ambra ogni cosa rendendola magnifica e calma e dolce e sopportabile?

Basta un po’ di fantasia, cosa credi? Prova. Ecco, hai visto? Ora anche tu mi vedi. Sì, sono quello che tende la mano, stringila, vieni, andiamo a passeggiare, andiamo a bagnarci i pantaloni, a riempierci di sabbia, a bruciarci le gote, a guardare le barche rientrare, i cani giocare, le persone raccogliere i teli, rivestirsi e andare. Lo senti il profumo di salsedine e creme solari, il profumo della pelle bagnata dal sole? Dai, facciamo il bagno. Facciamo che mi ami, ti amo, e il mondo finalmente diventa magnifico e calmo e dolce e sopportabile? Facciamo che entriamo in quella trattoria e ci ubriachiamo? E poi ridiamo, scherziamo, facciamo tutte quelle cose sciocche che fanno gli umani felici?

Facciamo che la smetti di lasciarmi intorno il tuo odore e finalmente resti?

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Hiroshi Yamazaki, “The First Steps”

16 Luglio 2018, ore 19:30

Sai, tesoro, sento tutto il peso della mia banalità. Negli anni ho perduto la lucentezza che ti avrebbe catturata e catturando te avrebbe acceso me. Sono morto – o morente. Esalo gli ultimi respiri, ma mi ostino a credere nella vita eterna. Mi comporto come non dovessi morire mai, in realtà – e in realtà sto morendo. Pensa che beffa se non dovessimo incontrarci. Sento tutto il peso del tempo che passa, che, senza alcuna pietà, mi allontana da te e dalla vita. Chissà, magari siete la stessa cosa ed io non ho capito nulla. Pensa che beffa se nell’attimo in cui i miei occhi si chiuderanno capirò di aver sempre cercato non una donna, la vita - e nel cercare una ho perso l’altra. Che ridere. Ci pensi?

Ore 20:29

Per passare il tempo, stasera, ho infilato bottoni. Ti sembrerà strano, sembrerò pazzo, ma questo ho fatto. Avessi avuto perline di vetro avrei infilato quelle, non le avevo. Ho invece una scatola piena di bottoni. I bottoni di tutta una vita. I bottoni di ogni camicia, pantalone, cappotto che nel tempo ho buttato. Mia nonna faceva così. Dei capi dismessi conservava quello che poteva essere ancora utilizzabile, in particolare i bottoni. Nella scatola ho anche i suoi. Centinaia: di tutti i colori, tutte le dimensioni, tutte le fogge, tutti i materiali. Ne rimarresti impressionata, forse incantata.

Raccontami di tua nonna. Aveva gli occhi come i tuoi? Vi somigliavate almeno un poco? Chissà perché la immagino in una casa di campagna, una masseria, per l’esattezza. Immagino gli ulivi, il formaggio a cagliare. Immagino il suo grembiule sporco, le gocce di sudore che scendono lungo il viso e cadendo nella terra alzano piccoli sbuffi di polvere. Immagino le sue mani deformi, la faccia rugosa, l’espressione austera. Dimmi, ti voleva bene tua nonna? Ti ha mai punita? Chiusa in uno sgabuzzino? Ti ha mai protetta? E tua mamma, dimmi, le somigliava almeno un poco?

Quante generazioni di donne/sorelle trascini nel tempo come un corteo di sposa, una di seguito all’altra, come i miei bottoni, in una collana?

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Finland & Aaskoven, "La Balbianello"

17 Luglio 2018, ore 8:40

Stamani l’aria è fresca. Ha piovuto. Hai presente la pioggia bella, quella che lenisce? Ecco, penso sia andata così. Ora il sole è quieto. Uscirò e naturalmente sarà in me un effluvio di parole. Chissà perché sa vado nel mondo queste sgorgano copiose, senza sosta. È tutto un guardare, un ragionare. Un chiacchiericcio continuo, ininterrotto. Ti parlo, parlo, parlo – e pensare che se tu fossi con me probabilmente non direi una parola, o direi lo stretto necessario, centellinando i suoni come se non ne avessi abbastanza. Ma tu che mi conosci sapresti che nei miei silenzi è sempre burrasca.

Vado. Ti porto con me.

Ore 9:55

Quante cose non saprò mai. Il profumo del mattino in un rifugio in riva al mare, o in riva a un lago, ad esempio. Non saprò il cigolio della sedia a dondolo su cui non mi spengerò. Non saprò le risa dei nostri bambini, l’abbaiare festoso del nostro cane, il ritorno a casa accolto dal profumo della tua cena, il tuo ritorno accolto dal profumo della mia. Ma conosco il profumo del pane appena sfornato - ovunque nel tempo, nel mondo, in questa e in ogni altra dimensione, sono sicuro è lo stesso. Conosco l’emozione di una corsa a perdifiato nella pioggia e della pioggia ho gli odori sulla pelle – suppongo che anche lì dove sei il vento li porti, la terra li custodisca, il corpo dei poeti li narri. Conosco tante pene, tesoro, tanta rabbia, ma di questo non voglio parlare – non è bene evocare il dolore.

Sei stata, sei e sempre sarai la mia spina nel fianco.

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Finland & Aaskoven, “Pliniana”

18 Luglio 2018, ore 13:35

Sei tutta centrata su te stessa, vero? I tuoi bisogni, il tuo sguardo sul mondo o la negazione di uno sguardo sul mondo. Ti proteggi così, vero? Se tu non vedi lui, lui non vede te, come fa il mio gatto. Ma uno sguardo esce, e se esce dove cade? Ai tuoi piedi, sulle tue scarpe? Alzi mai gli occhi? Cammini mai concentrata solo su ciò che ti circonda, come se tu - non per gli altri, per te stessa - non esistessi? Sai ascoltare? Sai sparire completamente dalla tua visuale? Sai vedere nello specchio il nulla, l’aria che ti attraversa come fossi trasparente?

Pensi mai a me o a chiunque altro con l’eccitazione, la curiosità del bambino lasciato libero di correre dove vuole? O conta solo la linea del tuo cielo già riempita di architetture barocche inespugnabili, così fitte da impedire il passaggio della luce? E c’è posto, nel labirinto di arzigogoli e guglie che sei, per una capanna di giunchiglie?

Taci. Le risposte chiudono i ponti, concludono i giochi.

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Blank & Jones, “Cream (Chilled)”

19 Luglio 2018, ore 8:57

Non vi è luogo per chi non ha luogo in sé. Che banalità. Sì, l’ho scritta io questa frase – si chiama mestiere.

25 Luglio 2018, ore 21:03

Eccomi. Ho lungamente taciuto. Mi sono mancate le parole e il cuore. Mi sono mancate le ali ai piedi per venirti a cercare. Ho pensato di farlo, ma poi ho capito che non avevo voglia di parlare. Non avevo nulla da dire che tu già non sapessi. Ho vissuto il qui ed ora, seppur scioccherello, e tu non ti sei nemmeno avvicinata. Non un soffio, un fruscio, una carezza anche solo accennata. Hai lasciato spazio ad altri e questi si sono avvicinati, io gli ho fatto segno di avanzare. Avranno i loro occhi, non i tuoi. Le loro mani, non le tue, la loro voce, non la tua. Seguiranno le mie orme sino alla tana del bianconiglio. Salterò su una panca e smanacciando farò i miei giochi di prestigio. Voleranno carte da gioco, fiori e fazzoletti di seta. Intorno carillon e ballerine in tutù che girano su se stesse, ballerine rosa gambette molli tic-tic-tic. Voilà, tesoro, guarda! Guarda come sono bravo a sparire. Come sono bravo a farmi andare bene questa vita senza te. Guarda, rido! Guarda che perfetto idiota so essere, che perfetto idiota sono.

Sfilami il tutù, restituiscimi al silenzio.

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Billy McLaughlin, “Don't Know How To Die”

30 Luglio 2018, ore 8:49

Buongiorno, tesoro. Poco fa, mentre mi facevo la barba, mi è venuta una gran voglia di raccontarti com’è essere l’uomo che sono, un uomo che non guarda mai una donna come fosse altro da sé, un’estranea o, peggio, una subordinata, una geisha, una che ne soddisfa le voglie e lo cura, lo tiene pulito, lo sfama, gli fa fare bella figura, conferma la sua mascolinità. Un uomo dolce e delicato, che guarda una donna conoscendone gli intimi segreti, i segreti desideri, le taciute delusioni, le negate violenze. Un uomo che non piscia ad ogni angolo e non ha alcun bisogno di rivendicare nulla, né pretende chissà quali privilegi per il solo fatto di essere uomo. Un uomo bambino, ma grande, come solo i bambini possono esserlo – un vecchio bambino, un elfo perfettamente in grado di cavarsela nel mondo delle fate, dove alle fate non importa cos’ha o non ha nelle sue mutande. Le belle fate che non sono mai brutte, mai grasse, mai sciocche, mai troppo giovani o troppo vecchie, mai utili o inutili finché hanno gli elfi a guardarle con gli occhi degli uomini chimera quale io sono.

Ecco, tesoro, mentre più lentamente del solito passavo il rasoio sul mio viso, godendo della musica che la lama produce incontrando e tagliando il pelo, pensavo a quanto sono felice di essere l’uomo che sono e quanto l’uomo che sono ti renderebbe magnifica.

Già un po’ non senti la felicità espugnarti?

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Sade, “No Ordinary Love”

7 Agosto 2018, ore 14:43

Sei tornata. Oggi, mentre imbiancavo, a torso nudo, coperto di sudore, sporco di tinta, ti ho sentita girarmi intorno. Ho sentito il tuo sguardo mangiarmi, divorarmi. Quasi mi hai fatto sentire bello, attraente, nonostante l’età, la decadenza, nonostante non abbia la sicumera dei primi, nonostante abbia tutta la tristezza degli ultimi tra gli ultimi, o la loro umiltà malamente dissimulata. E l’aria, tesoro, profumava di basilico. Ho pensato che il tuo giardino ne sia pieno. L’ho immaginato inondato di sole e brezza di mare. Ho immaginato la tua pelle fragrante di salsedine e mille altri aromi: il calamo, l'aneto, il rafano, il dragoncello, l'arancio amaro, il bergamotto, la nepitella, il coriandolo, lo zafferano e il cumino, il finocchio selvatico, la genzianella, il ginepro, la lavanda, la menta, la maggiorana, l'anice, il rabarbaro, la rosa canina, il rosmarino, la salvia, il timo, la viola. Per un attimo il respiro si è fermato nel tentativo di trattenerti almeno nelle narici, per un attimo, come faccio sempre, mi sono aggrappato all’illusione di te. E avrei pianto. E copiose le lacrime hanno scavato solchi dove il sudore a malapena bagnava. Non è pioggia quella che oggi imperla la tua fronte. Sono le mie lacrime, tesoro, le lacrime che fingi di non sapere e che pure berresti per placare l’arsura divorante dei tuoi giorni senza amore.

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Max Richter, “Horizon Variations”

7 Agosto 2018, ore 18:49

Che tipo sei? Quello che arraffa l’amore dove capita e poi si lamenta perché non è mai come lo vorrebbe? Quello che “vorrei ma non posso”? Traditrice, anche tu, se conviene, perché mica sempre si può essere fedeli? Volenterosa, sulla carta, a parole, ma poi incapace di lealtà? Un tipo di quelli che prendono, quindi via a gambe levate perché il troppo amore no e la colpa è sempre di chi non si può non amare. Sei il tipo curioso che non vuole impegnarsi perché le responsabilità inguaiano? O sei il tipo scioccherello che cincischia, giochicchia, e piace tanto proprio per questo. La donna figa. La donna in carriera. La donna artista, un po’ matta. La donna che, per quanto sfatta e pure un bel po’ ipocrita, prima la famiglia. La donna sola che cerca di recuperare il tempo perso. La donna che ha paura ma non fa un passo indietro. La donna che aspetto da tutta la vita, che sa sorprendermi, che una spirale di musica tiene sollevata da terra e un coro di sirene sospinge avanti come fosse vento tra le sue gonne gonfie. Una donna veliero, senza timonieri a deciderne la rotta, senza ciurma a spiegarne le vele. Un vascello fantasma che attraversa la mia mente, compare e scompare mentre il tempo passa lasciandomi a guardare l’orizzonte, vuoto.

Che tipo di donna sei? Una donna come è pieno il mondo? O la donna straordinaria che si accompagnerà a un cretino?

 

 

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