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Pagina creata il 17 Agosto 2018
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Aggiornata Domenica 13-Gen-2019

 

 

Questo è un embrione di progetto al quale sto lavorando. È una lettera, un diario aperto che un uomo scrive rivolgendosi ad una o più donne immaginarie. La lettura di ciascun frammento potrebbe essere accompagnata ascoltando il brano musicale che lo ha in parte ispirato e di cui includo il Link.

È ancora tutto molto vago e, per quanto ne so, potrei lasciar perdere in qualsiasi momento.

 

 

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Jóhann Jóhannsson, “Ég átti gráa æsku”

17 Agosto 2018, ore 8:32

Mi sono comportato con ostilità ed ora sono pentito di averti ritratto con pennellate grossolane, rabbiose. Avresti preferito un delicato acquarello, una miniatura ad olio, o anche una semplice, onesta tempera senza pretese, io invece ho inchiodato un sacco di iuta su un telaio tarlato e sghembo e giù colpi, sciabolate, come Don Chisciotte contro le pale dei suoi giurati quanto  immaginari nemici. Arrivo ultimo anche negli atti di inutile, allucinatorio eroismo e manco di talento - per la guerra, come per l’amore. Se far bene non è nelle mie corde, pure far male non è il mio mestiere.

Sono arrabbiato, con me soprattutto, che ululo alla luna, spreco tempo, nulla ottengo e solo resto. Che io lo ammetta cambierà qualcosa? Mi renderà perdonabile?

Ricordi? Volevo smettere di scriverti, ma non farò neppure questo. Il pensiero di te mi aiuta ad arrivare a fine giornata, ad infilarmi nella successiva, a sopportare la mia vita deprivata di molto per non dire troppo, o tutto.

E allora ti chiedo scusa. Lo faccio senza girarci intorno. Guarda, ti rimetto in piedi nel presepino che ognuno consola. Tiro su le pecorelle, il bue e l’asinello, i pastorelli… Anzitempo ho buttato tutto all’aria, anzitempo rimedio, allestisco. Lo vuoi un laghetto? Lo vuoi il ruscelletto? Guarda come sono industrioso, premuroso, guarda ora quanto falsamente addomestico il farsetto per essere più persuasivo, per convincerti a restare, a tornare.

Torna - e perdonami. Regalami ancora la sensazione di te. Senza l’illusione dell’amore la mia vita è un eterno, immaginario ferragosto fatto di gelidi gavettoni, sabbia nelle mutande e rancide lasagne.

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Ane Brun, “Directions”

17 Agosto 2018, ore 12:17

Questo vuoto, questo nodo in gola, come dopo un’enormità che il cuore a malapena fronteggia continuando a battere. Ossa rotte. Tutte. Sbriciolate in minuscoli frammenti. Eppure niente è diverso da sempre. Gli stessi problemi. Lo stesso nulla. Anche il vuoto, in fondo, è lo stesso. Immutato e immutabile. Espandibile, semmai, perché al peggio non c’è limite. Il vuoto è elastico. È adattabile, di buon carattere. È l’amico invisibile con cui cresci, che impari a fingere di non vedere per non essere punito, quasi sia tua la colpa se la voce intorno a te rimbomba. E invece… quel vuoto comincia già nel ventre materno: i suoi silenzi, il suo risentimento per tutto quello che senza volerlo le stai portando via, l’amore che è disposta a garantirti solo se in cambio la confermi agli occhi del mondo buona madre, agli occhi dell’uomo di turno, donna – nonostante te, oltre le tue esigenze, i tuoi non desiderati bisogni. Quel vuoto comincia lì, quando ancora sei un tuorlo d’uovo, e si fa poi gigantesco, incolmabile, al primo doloroso spuntare di piume. Potrai diventare tacchino, emù, struzzo, kakapo, dodo, nandu, kiwi, pinguino, non importa, non conta cosa diventerai, la tua esistenza non sposterà un granello di polvere in tutto l’Universo, e non volerai mai. Mai.

A un certo punto della vita potrai solo smettere di tacere, potrai solo metterti ad urlare, potrai solo tentare di spiegare che il vuoto intorno a te è tale che i suoni non incontrano ostacoli e pure loro se ne vanno lasciandoti lì, solo più di un cane. Non è colpa tua e la tua stanchezza, la tua tristezza, meriterebbero un po’ di rispetto - o almeno un sincero sorriso di circostanza.

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Max Richter, “The Waves – Tuesday”

17 Agosto 2018, ore 22:33

Eccoti. Laconica e cupa. Non guardarmi come avessi fatto chissà cosa. Ho solo alzato la voce, tesoro, per farmi sentire. Ha funzionato, vedi? Eccoti lì, contrita e arrabbiata, appoggiata allo stipite, con il tuo fagottino di recriminazioni in mano.

Ti ho immaginata così, e nel mio fantasticare eri tenerissima con il broncio, lo sguardo offeso, la smorfia della bocca che esprimeva un rimprovero sgangherato. Per un attimo ho pensato che se avessi aperto il fagotto non vi avrei trovato i tuoi balbettii, ma una caciotta incignata e un pezzo di pane nero sbocconcellato. Magari, prima di arrabbiarti avevi fatto merenda sotto un ulivo, oppure quello era il resto del pranzo, buono per la cena.

Ti vedo scavalcare muretti a secco. Odo lo scalpiccio sull’erba secca, i sassi rotolare giù dal poggio. Forse ti segue un gatto, intenzionato come te a trovare un posto al fresco, o una fonte d’acqua, o il tavolaccio su cui non manca mai un fiasco di vino. Seduti all'ombra, io e te. A ridere. A parlare fitto-fitto, come ragazzini che progettano la fuitina. Facciamolo. Facciamo l’amore, scappiamo. Se ci prendono siamo morti. Dopo no, tesoro. Li freghiamo.

Chissà se li avremmo fregati. Chissà se saremmo arrivati a tanto. Magari, a un certo punto, per non dispiacere mamma e papà mi avresti escluso dalla tua vita finendo per darmi la colpa della tua viltà. O forse io, per inseguire i miei sogni d’artista, senza dirti nulla avrei preso la corriera per raggiungere una grande città - non sarei venuto al nostro appuntamento, né quel giorno, né mai più. Ti avrei spezzato il cuore. Mi avresti spezzato il cuore. E le nostre esistenze sarebbero andate avanti, tra le braccia di altri, altre, realizzandosi in romanzi esistenziali ordinari, mediamente insoddisfacenti.

Allora ho pensato che in quel fagotto avrebbe potuto esservi non un effluvio di recriminazioni, non una caciotta e il pane, ma una pagina di diario, un fazzoletto pieno di lacrime, il rimpianto e il silenzio. La luce che si spenge in faccia all’innocenza. La felicità che precipita giù per le scale e si rompe l’osso del collo.

Può la vita superare la fantasia? Può, certo, lo fa sempre.

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Ólafur Arnalds ft. Arnór Dan, “Old Skin”

18 Agosto 2018, ore 10:27

Seduto su questa sedia percorro il mondo. Sono stato ovunque. Muovendo solo le mani posso andare dove voglio. Non c’è paese, pianeta, esistenza che non possa indagare, esplorare, attraversare con uno sguardo, una parola, una promessa o una menzogna.

Non mi sono mai mosso eppure so, ho visto. Nessuno mi ha conosciuto, ma io c’ero. Sono sempre stato qua. Ogni battesimo, ogni matrimonio, ogni funerale, ogni guerra, ogni raccolto, ogni cerimonia, ogni addio, ogni incontro, io c’ero. Ero l’aria o la sua mancanza, la luce e il buio, la ciotola vuota o il pasto abbondante, il cielo muto e quello roboante. Ero il sorriso del bimbo di fronte alla sua fetta di torta, il sorriso del vecchio che scuote le briciole dalla barba. Ero le candeline accese e quelle spente. Ero la mano che esitante carezzava ed ero la pelle grata per quell’inaspettata carezza.

Ero, sono e sarò - perlopiù senza saperlo.

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Wayne Gratz, “Market Place”

20 Agosto 2018, ore 10:54

Sono rimasto a corto di parole. Ho pensato: “Vado al Super, vuoi che non abbiano il formato famiglia, un’offerta speciale così faccio scorta?” - riempio il carrello, arredo il silenzio, ne faccio un Concept Album immaginario, un Best Seller inesistente… da stiloso emarginato che pure la donna dei suoi sogni disdegna?

Ne ho poche, in effetti, devo usarle con parsimonia, centellinarle. La vita me le toglie. Se le prende, le tiene in pegno. Vita usuraia che quando finalmente posso riscattarle ne trattiene un po’, a spregio, per sfizio, e alla fine, ad ogni scossone, ne ho sempre meno. Resterò muto e sicuramente non sarà una gran perdita.

Le mie parole non mancheranno a te, donna immaginaria che neanche sospetti la mia esistenza, come già ora non mancano (o non mancano abbastanza) a chi immaginario non è.

Vedi cosa succede a non essere Dante Alighieri o Fabio Volo?

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Pat Metheny Group, “To the End of the World”

21 Agosto 2018, ore 9:54

Ieri mi sono fermato a bere una birra in un chiosco, uno di quei posti che, sebbene alla mia portata, non mi sono mai sognato di frequentare, nemmeno accidentalmente. Non è bello. Non ha niente di speciale. È proprio un chioschetto modesto: sigarette, un piccolo bar, qualcosa da mangiare, giornali, tavolini davanti al Foro Boario e sul retro, lungo la strada che si percorre per ritrovarsi appena pochi metri dopo sull’argine del fiume. Aspettavo una donna che nei trascorsi quarant’anni di vagabondaggio ho ritrovato spesso lungo il mio cammino, lei come altre, tutte in qualche modo importanti per Lucca, spesso senza che questa città le abbia comprese, figuriamoci amate. Non siamo mai stati amici, non vi è mai stata confidenza, è probabile che non si sia mai preso neanche un caffè insieme, eppure la conosco, ci conosciamo – e stimiamo. Insomma, ero lì che attendevo, seduto ad uno dei tavolini affacciati sulla trafficatissima strada che collega Monte San Quirico a Borgo Giannotti, che godevo di questo senso di estraneità, come trovarsi in un luogo nuovo, quasi in vacanza, e sei comparsa. Mi sei stata tutto il tempo accanto - silenziosa e invisibile, naturalmente. Ho capito, allora, che non ti piace starmi vicino nei luoghi che mi sono familiari, tu vuoi, per i nostri incontri, situazioni neutrali, terre franche – e mi vuoi con il cuore sgombro. Lì, dove io mi sento pronto per lasciarmi alle spalle anche me stesso, dove dimentico il disastro che è la mia vita e questa smette di farmi da scudo, di essere la mia zavorra, tu arrivi e stai con me, non vai via. La malinconia allora mi travolge, ma anche un senso di gioia perché finalmente l’illusione di avere diritto all’amore e a una vita equa, pare poter uscire dal sogno per divenire realtà.

Tornerò in quel chioschetto a cercarti e, ovviamente, non ti troverò.

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Björk, “All is Full of Love”

21 Agosto 2018, ore 20:54

Forse, per digerire questo schifo di vita, dovrei prendermi un tempo, metterlo tra me e te. Ho la digestione lenta, però, e i pasti sono sempre pesantissimi, rischio di non poterlo rimettere nell’orologio. Già lo vedo che punta i piedi sui bordi del quadrante - ed io a maledirlo, a urlargli contro di non fare storie… Quanto me ne resta? Oggettivamente, realisticamente parlando. Per quanto ancora potrò continuare a perderlo, buttarlo via. Ne ho abbastanza per creare la distanza giusta? E qual è la distanza giusta? Un giorno, un mese, un anno?

Casomai ti sconfinferasse vedi di accorciarle tu le distanze che io sono troppo impegnato a ungere ingranaggi e girare clessidre.

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William Ackerman, “Illumina”

28 Agosto 2018, ore 18:10

Oggi ho visto un piccolo documento sulla realizzazione di un robot semiautonomo, Erica, creazione di Hiroshi Ishiguro e Dylan Glas, per conto delle università di Osaka, Kyoto e l’Atr institute international.

Attualmente, Erica è solo un cervello elettronico e una faccia carina, abbastanza espressiva, di silicone, ma le persone che stanno lavorando a questo progetto intendono non solo dotarla di intelligenza propria, indipendenza intellettuale, ma anche di un corpo capace di muoversi nello spazio.

Erica è amabile ed educata, esprime concetti complessi e li comprende, risponde pertinentemente alle domande, ha un buon bagaglio culturale, caratteristiche di base che moltissime persone, soprattutto nei paesi meno evoluti (tra cui l’Italia) non posseggono. La donna perfetta. E subito ho pensato a Rachael, la replicante che diviene la compagna di Deckard nel primo Blade Runner, e a Joi, l'intelligenza artificiale olografica compagna dell'Agente K in Blade Runner 2049. L’amore perfetto. Ecco, ho deciso che da ora in poi ti chiamerò Rachele, in onore di queste creature plasmate per servire gli uomini e perciò destinate al malcontento, all'insicurezza e all’incompletezza, come loro. Un nome evocativo e paradigmatico, che spero avrà l’effetto di allontanare da te, esorcizzandolo, quel destino di sofferenza e subordinazione. Non ti vorrei mai perfetta, né al mio servizio. Vorrei che tu fossi come mi auguro sarà Erica quando l’uomo si sarà estinto: libera.

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Pat Metheny, “I Will Find The Way”

10 Settembre 2018, ore 17:10

Ciao, tesoro. È già un po’ che non ti scrivo, ma sai, io ho bisogno d’intimità e tempo per raccogliere i pensieri, non posso farlo ovunque, comunque. E poi volevo capire come sia stato possibile incontrarti e subito perderti. Non eri tu, lo so. Eri un’altra. Bellissima, ai miei occhi. Una te preziosa che poteva sconvolgermi come in effetti ha fatto. Mi ha spezzato il cuore. L’ha frantumato e poi ci ha passeggiato sopra, a piedi nudi. Si è fatta male. I cuori di cristallo tagliuzzano gl’incauti. Mettiti le scarpe, le ho detto, ma lei nulla, spavalda, ha fatto avanti e indietro sui miei cocci. Ahi, ahi, ahio, ahiai, ohioi! Te l’avrei fatta sentire. Sapessi, tesoro. Ho visto il paradiso. Era meglio essere ciechi. L’ho immaginato, forse. Mi ha fatto sentire vivo, come mi faresti sentire tu, certo, ma poi se ne è andata, ha avuto paura, le è mancato il coraggio, quella buona ragione che invece tu avrai – per non avvicinarti nemmeno. Per lasciarmi sanguinante a guardarti attraverso lo specchio, mentre ti rivesti fingendo di non avermi mai incontrato, fingendo di non sapere che invece io esisto e sono l’unica parte di te che può restituirti alla vita, al futuro.

Tu sarai più furba, lo so. Tu sei già più scaltra. Ti nascondi. Mi guardi. Mi lasci andar via. Morire. Che niente al mondo è privo di conseguenze e tu non vuoi responsabilità. A te va bene limitarti al respiro, alla mano che scivola di tanto in tanto tra le cosce, al sogno di avere un amore tutto tuo da rifiutare come fosse estraneo, straniero, per non inimicarti l’infelicità che ti rende eroica.

Avresti potuto essere te, invece eri un’altra - ed io vi amo entrambe, nell’assenza che vi fa sorelle.

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Ane Brun, “These Days”

10 Settembre 2018, ore 20:40

Questi giorni… sembrano gli ultimi, fra tanti che a contarli paiono troppi e tuttavia non abbastanza. Non abbastanza, certamente, perché a non vivere, d’attese ci si consuma e muore.

Rachele, sei andata e venuta. Sfuggente, come spesso capita e qualche volta di più. Appena il tempo di supporti, implorarti. Tra una pennellata e l’altra, tra un colpo di cimosa e l’altro, appena un barbaglio - poi, nulla.

Che donna saresti. Una gigantessa. A prenderti l’uomo che sono, che immensità! Che cuore grande avresti – e che coraggio! Tu, Rachael, dai giorni contati che contarli non si può, tu avresti il tempo in mano e con esso la vita. La mia, la tua. La nostra. E la storia. Tu avresti il potere di cambiare il futuro, ma fingi che non abbia detto niente, che di paura già trabocchi, non serve che io ne metta altra nel tuo fagottino debordante di rassegnazione e reprimende.

Che donna rischi di essere. Una miniatura in bottiglia, come una barchetta di carta, come un veliero di balsa che mai prenderà il mare.

Non sarò il tuo Ahab, non sarò la vostra balena. Al massimo, e male, sono la voce di Ismaele.

Un giorno ti lascerò andare.

 

 

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