Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Pagina creata il 17 Agosto 2018
Scrivi!
Aggiornata Domenica 13-Gen-2019

 

 

Questo è un embrione di progetto al quale sto lavorando. È una lettera, un diario aperto che un uomo scrive rivolgendosi ad una o più donne immaginarie. La lettura di ciascun frammento potrebbe essere accompagnata ascoltando il brano musicale che lo ha in parte ispirato e di cui includo il Link.

È ancora tutto molto vago e, per quanto ne so, potrei lasciar perdere in qualsiasi momento.

 

 

Clicca

Gotan Project, “Vuelvo al Sur”

8 Agosto 2018, ore 20:54

E quindi a chi posso parlare? A chi posso raccontarmi? Io che a malapena respiro, a chi posso affidarmi? Al tramonto, al sole che declina dietro gli alberi regalandomi un quadro impressionista che non potrò condividere. Ad una serata caldissima, come da settimane, e triste, solitaria, come da decenni. A te, che se non esistessi, se fossi certo della tua inesistenza, non rivolgerei pensiero. Ma tu esisti, non puoi non esistere. Otto miliardi! Da qualche parte, in qualche posto, esisti! Per questo la solitudine mi è insopportabile: saperti là fuori senza poterti raggiungere mi strazia. E intanto la vita scivola via, le nostre vite se ne vanno senza nulla conoscere uno dell’altra.

Sì, ti scrivo in modo che tu sappia, un giorno, quanto vanamente ho atteso d’incontrarti. Farnetico un soliloquio, lo chiudo in bottiglia e lo consegno alle onde che lo portino a spasso nel mondo sino a te. Da qualche parte, in qualche posto, in questa o in qualsiasi altra vita, prima o poi. Un giorno. Un giorno. Perché tu sappia che da qualche parte, in qualche posto, in questa o in qualsiasi altra vita, non eri disperatamente, inutilmente sola. E quanto meglio sarebbe stato esserlo davvero.

 

Clicca

Max Richter, “Monologue”

8 Agosto 2018, ore 20:54

Mi arrendo. Manco di parole, le cerco e non le trovo. Per quel che contano. Valga una macchia d’inchiostro simpatico, per tutte, o nessuna. Come vuoi. Come vi piace.

Quando la vita, odiata o irrealizzata, se ne va, si può piangere, e piangere, piangere, senza riuscire a smettere... si dovrebbe farlo, e disperarsi, maledire, maledirsi - almeno per lo spreco.

Guardo la luna. Non ho più dita. Soffio tutto il fiato che ho e non esce suono. Sono diventato muto, e invisibile. L’ho già detto? Sì, l’ho fatto, tra le righe, e lei, sopra, non solo non mi ha creduto, mi ha cancellato. Eravamo amici. Di più, siamo stati amanti, addirittura innamorati, per anni. Mi ha tradito ogni volta che ha potuto, molto più di quanto avrebbe voluto, ma il tradimento più grande è questo, si chiama disconoscimento.

Quante come lei ho incontrato. Centinaia, ma non a tutte ho permesso di essere orribili amandole ugualmente. Non a tutte ho perdonato la banalità. Di lei, invece, ho addirittura sopportato la malvagità. Che sperpero, che dissipazione. E che evanescente, muto scimunito sono stato in questa sgraziata esistenza.

(Sai, tesoro, qual è l’aspetto positivo del fatto che non c’incontreremo? Io non potrò dispiacerti. Tu non potrai deludermi. Son consolazioni.)

Clicca

Fila Brazillia ft. Harold Budd, “Adrift Amidst Les Odalisques”

10 Agosto 2018, ore 22:11

Cadono le stelle? Davvero? Stasera? Pensa, non sono mai riuscito ad esprimere un desiderio. Arrivo lì, preparato, e poi i desideri mi sembrano tutti banali, non riesco nemmeno a far finta che me ne importi qualcosa, addirittura me ne vergogno!

Ma il fascino della scia di fuoco che attraversa il cielo. Ecco, quel momento è magico, riporta alla mente consapevolezze antiche: sai la sciagura, ma è troppo più irresistibile lo spettacolo per mettersi a correre nella direzione opposta. Stai lì, immobile, e guardi, e vorresti non finisse mai, invece finisce. È una specie di metafora della vita.

Quindi, sentiamo, cosa fai stasera? Te ne stai su una terrazza, sorseggiando prosecco, a guardare le stelline graffiare la volta di pece vestita? Osservi un angolo di cielo e, naturalmente, le stelle cadono in un altro? Ti sei mentalmente appuntata i desideri più sensati e poi, quando è il momento, fai fatica a ricordarli? Lo vedi come ci somigliamo? Lo vedi che siamo due poveri disadattati che nessuno vuole tra i piedi?

Ma come fai a vivere senza me, dimmi, dove trovi la forza per fingere che io non esista?

Clicca

Max Richter, “If you came this way (Pt. 5)”

13 Agosto 2018, ore 09:14

Un amore quando arriva lo sai. Lo vedi, lo senti, l’aria ne è piena: l’amore odora, profuma, non ti puoi sbagliare. Dove passa lui tutto vibra, s'infiamma. I rossi soprattutto si accendono, e i gialli, il blu del cielo, il verde del mare. L’amore stordisce, illumina.

Un amore quando arriva lo sai. E sai subito se sarà grande o piccolo, se sarà buono o cattivo, se durerà poco o tanto, se sarà l’amore giusto per te, quello che aspettavi, quello che non volevi, quello che ti darà una raddrizzata e ti spiegherà, finalmente, ciò che non avevi capito.

Un amore, quando arriva, puoi chiudere la porta e lasciarlo fuori. Sei ancora in tempo per farlo, ma non lo fai mai, perché solo l’amore riesce a far sentire vivi e sentirsi vivi è la cosa di cui abbiamo più bisogno, fra tante, fra tutte, è l’unica che abbia e ci dia senso.

E allora apriamo la porta. Facciamo accomodare l’amore, gli offriamo il futuro su un piatto d’argento anche se sappiamo che un futuro non c’è, anche se sappiamo che potrebbe esserci, ma... L’amore si fa in due.

L’amore non è mai facile. L’amore riempie di sospiri, taglia le gambe. L’amore ci fa poeti e navigatori. L’amore ci rivela e svelando noi mostra l’altro.

L’amore ha il tuo viso, il tuo sorriso, le tue lacrime – e le mie.

Clicca

Ólafur Arnalds, “3055”

13 Agosto 2018, ore 10:23

Venisse la pioggia, tesoro. Lavasse via tutto. Cancellasse questa estate infuocata, il seccume delle nostre anime inaridite e sole. Rinfrescando l’aria ci desse un po’ di respiro. Anche poco, sai?, basterebbe.

Intanto che aspetto mi accoccolo in un angolo e mi metto a sognare di correre, fuggire via. Macinare chilometri nella direzione opposta alla mia vita che non è qua, è là, o forse lì. Non so nemmeno dove. Non importa, lontano. Mi lascerò indietro. Mi abbandonerò, come il serpente abbandona la sua pelle quando non è più casa. Chiudo gli occhi e corro. Corro all’indietro per recuperare il tempo perso. Corro incontro a mia madre che mi prende al volo e mi alza al cielo ridendo. Corro saltando nei bozzi della pioggia che aspetto, prima che lavi via tutto. Corro senza ansimare, come avessi fiato d’avanzo. E correndo cresco, divento capace d’invecchiare senza morirne.

Sogno di correre e correndo inseguo un altro finale.

Clicca

Projections Remix, “Ballada para Mi Muerte”

14 Agosto 2018, ore 08:39

Ho trascorso la notte guardando i lampi in lontananza, il cielo illuminarsi a giorno, laggiù in fondo, così in fondo che ho pensato accadesse su un altro pianeta. Nemmeno i tuoni arrivavano qui, tanto distanti erano i temporali. Ho guardato e atteso che si avvicinassero. Non è accaduto. Giusto due gocce sono cadute intorno a casa, ma almeno stamani l’aria è fresca, accarezza la pelle, fa stare bene. Ho bevuto il caffè sul terrazzo, appoggiato alla ringhiera. Come aspettassi qualcuno. Ma sì, aspetto. È tutta la vita che aspetto. Giorno più, giorno meno – puoi dirlo a vent’anni. Lo dici anche a cinquanta, sessanta, settanta, se non hai alternative. Si aspetta, come se la vita non dovesse finire mai, come il tempo non passasse, come il corpo fosse di acciaio, come tutto, dentro e fuori, fosse immutabile. Invece nulla lo è, solo l’attesa resta tale. E vanamente si finisce per aspettare qualsiasi cosa, anche un temporale, che per l’appunto non arriva. Non può. Un Loop – un ciclo continuo di attese senza soluzione di continuità.

Sono molte le cose che non saprò mai, cose perlopiù semplici, ordinarie. Non saprò mai, ad esempio, cosa si prova ad andare in vacanza, cosa si prova ad avere tutto il necessario e magari anche qualcosa di più, cosa si prova a fidarsi ciecamente di qualcuno, perché poi, vedi?, dai per buone le previsioni meteorologiche e pure quelle t’ingannano. E passi la notte ad aspettare un temporale che non verrà mai. Passi l’intera esistenza ad aspettare l’amore o a dovervi rinunciare perché tu, in questa vita, non hai diritto nemmeno a quello.

E se per caso smetti di aspettare… come per le stelle comete, cascano dove non stai guardando o dove hai smesso di guardare.

Una vita da sfigati.

Clicca

Craig Armstrong feat. Paul Buchanan, “Let's Go Out Tonight”

14 Agosto 2018, ore 11:25

Penso che smetterò di scriverti. Mi sento stupido. Questo parlare a nessuno è folle ed io, mi spiace per me, tutto sono tranne pazzo. Sono un sognatore, forse, e poi nemmeno tanto. Sono molte cose, purtroppo piccole, modeste, insignificanti, senza appeal. Cose di cui importa poco, cose che non servono, cose che non valgono il prezzo che chiedono. È andata così, non ho potuto e non posso farci nulla. Non posso diventare qualcun altro. Nemmeno mutare pelle mi ha cambiato, mi ha reso desiderabile, ha fatto di me qualcuno che si vorrebbe almeno come amico. Molti credono che dovrei adesso essere felice, a prescindere. Sono solo un po’ più a mio agio con me stesso, ma felice… La felicità non esiste, esistono solo sprazzi di gioia spesso immotivata che durano niente e perlopiù si finiscono per dimenticare.

Sì, sto davvero pensando di smettere. In questi giorni di profonda amarezza sto pensando di chiudere tutto, ritirarmi, perché, dimmi, tu che sicuramente fai parte di questa umanità, che rappresenti, difendi e trasmetti i suoi valori, la sua morale, la sua cultura, che senso ha dargli tanto? Si può dare tanto a chi non concede i mezzi nemmeno per vivere dignitosamente, a chi non riconosce l’esistenza di alcuni, a chi non vuole averli accanto neppure sull’autobus? Si può dare credito ad un’umanità che volontariamente si spezzetta e chiude in Clan autoreferenziali escludenti, soprattutto pensati per condizionare, controllare e limitare chi ne fa parte in cambio di una protezione illusoria che puntualmente viene meno se non si è parte dell’élite che li presiede e governa? Ha senso? Dimmi. Dimmi, cosa vivo a fare? A cosa servo? E a cosa serve a me lo spreco della mia straordinaria esistenza? Tu, che vivi in qualche angolo del mondo relativamente soddisfatta, che presumibilmente hai una famiglia, una rete sociale di riferimento, un Clan tuo seppur fittizio e opprimente, dimmi, che motivi ho, io, sprovvisto di tutto questo e molto altro, di vivere? Dove stanno le ragioni, quali sono? Non ve n’è una sola. Questa è la verità. Qualunque ragione si adducesse non potrebbe essere che fantasiosissima.

In effetti sono ancora qua per una specie di ostinazione a vivere. Del tutto inspiegabile e parecchio autolesionista.

Lo so, tu esistessi non vorresti sentirmi parlare così. Vorresti che fossi aulico, emanassi benessere, simpatia, fiducia, positività, ottimismo. Guai a essere tristi, introversi, guai a pensare, a non farsi andare bene l’esistente, guai a stare male, a non voler accettare l’esclusione, a rendersene conto, a non chiudersi in un angolo ritenendosene responsabili, guai a non fare tutto il possibile per essere come gli altri si aspettano, esigono. Ti vergogneresti di me. Dei quattro stracci che ho, troppo stretti o troppo larghi. Del mio frigo vuoto e tutto il resto. Non sopporteresti le mie ombrosità perlopiù dovute alla preoccupazione per i debiti che accumulo perché non ho un centesimo nemmeno per offrirti una cena in trattoria. Ah, quanto ti dispiacerei! Alla fine, tu mi conoscessi davvero, ti riterresti fortunata a non avere a che fare con me: un problema in meno – e avresti ragione a pensarlo perché così sarebbe.

Il giorno che smetterò di cercarti, che smetterò di pensare di avere diritto di amarti, di avere diritto al tuo amore, avrò già infilato la testa nel forno e nessuno potrà più fare nulla per persuadermi che valga la pena vivere.

Per intanto fai finta che non abbia detto niente… Usciamo stasera?

Clicca

Angus and Julia Stone, “Draw Your Swords”

15 Agosto 2018, ore 22:19

E così anche questo ferragosto se ne va. Il cinquantaquattresimo. L’ho trascorso facendo quello che spero piaccia anche a te: andando a caccia di bellezza, di nutrimento per l’anima. Ci riesce la poesia, l’arte, la musica, ci riescono gli animali, i bambini, le piante, ci riesce la terra con le sue incredibili meraviglie, ci riesce un cielo come quello di oggi, con le nuvole bianche e gonfie a screziare l’azzurro pulitissimo, sgombro di caldo e affanni.

Anche la città era bella, seppur presa d’assalto dai turisti e seppur inospitale verso di loro. Ingenerosa Lucca. Con i tuoi negozi chiusi a spregio, le mostre annunciate e mai allestite. Piagnona e ingrata. Incolta. Grigia. Non le tue pietre, i tuoi mattoni, l’eredità operosa e garbata dei tuoi avi che se solo avessero saputo... Eri bella, oggi, nonostante tutto. Bella con le quattro bancarelle a far finta d’essere viva. Bella per merito d’altri: i tuoi esuli e gli stranieri che di te s’innamorano dandoti un lustro che i tuoi discendenti non meritano. Bella e senza fascino, tuttavia, ma va bene così. Non si chiede a una vecchia signora decaduta più di quello che un abito decoroso può darle.

Insomma, ho gironzolato tra opere di carta. Che metafora imbattibile, nulla potrebbe meglio rappresentare questo tempo, la sua fatale evanescenza e i suoi terribili disastri che immediatamente dimentichiamo in cambio di una parvenza d’impunità.

Non sei mai apparsa. Si vede che stavi benissimo dov’eri. Dov’eri?

Bevevo una birra e mangiavo un panino immaginandoti al mio fianco, felice, in vacanza, pure tu. Ci hanno spennati. Ridiamo. Ti bacio. Poi torniamo a casa e a un tratto, strada facendo, scende la notte. Si fa buio. Non c’è più il cielo azzurro, non c’è più nulla, nemmeno tu nei miei occhi appena capaci d’inventarti.

Tu sei un pop-up monodimensionale - non so farti neppure tridimensionale.

Io sono solo un segno di biro su un foglio di carta che ripiego e affido all’aria sperando prenda il vento e giunga a te.

Clicca

Andreas Vollenweider, “Long Road To you”

16 Agosto 2018, ore 14:43

È probabile che anche tu sia una persona mediamente egoista, opportunista, come lo siamo tutti. Onesta e leale finché conviene, finché non c’è niente di meglio da fare. Pronta a sospettare il tradimento perché per prima tradiresti se solo ne avessi l’occasione. Non mi faccio illusioni. Nemmeno ti facessi toccare il cielo con un dito avrei la certezza che basterebbe. Di niente e di nessuno si può essere certi. La gente straordinaria a guardarla da vicino si scopre che scoreggia e si scaccola come chiunque altro. L’umanità è perlopiù questo Blob osceno, vischioso. Un Blob che poi ti colpevolizza pure quasi fosse colpa tua se fa un tantino schifo.

Ho la sensazione che anche a te non avrebbe senso fornire rassicurazioni, cambiali in bianco. All’occorrenza ogni scusa, ogni giustificazione sarebbe buona per fare spazio, liberarsi dell’incomodo. C’è sempre un buon motivo per girare pagina, per fare un torto in punta di dita, per buttare le cartacce in terra dopo aver consumato le persone come fossero snack.

Basterebbe intendersi prima, ma per farlo bisogna sapere cosa si vuole e bisogna essere disposti a pagarne il prezzo, ad assumersi le proprie responsabilità. E intanto si è fatto il silenzio, sai quella cosa senza appigli, quella cosa vuota come una voragine, dove nemmeno l’aria può sorreggerti, tenerti lì, impedirti di precipitare? Per quanto si può cadere senza che il cuore si fermi per lo spavento, o la sorpresa, o il dolore, o tutte queste cose insieme? Vivi e un attimo dopo, morti. Morti d’amore, l’amore che uccide. L’amore che prende e non da. L’amore che ti accompagna sul ciglio e alitandoti sul collo ti spinge nel vuoto. L’amore che nemmeno si sporge, nemmeno sorride, nemmeno saluta guardandoti sfracellare in fondo al baratro. L’amore che poi, magari, piange la propria crudeltà, i propri errori.

Ho già avuto amori così? Certo, chi non li ha avuti? Uno in particolare… Piansi tutte le lacrime che avevo, per mesi. Lei aveva una buona scusa per uccidermi: evitare che lo facesse qualcun altro, letteralmente. Ma sopravvissi, a entrambi, e dopo qualche anno ricomparve, come niente fosse, come se il tempo non fosse trascorso. Aveva risolto i suoi problemi, potevamo ricominciare. Potevamo ricominciare? Lei mise in un mortaio il mio cuore e lo massacrò - per proteggermi, disse. Beh, quando ricomparve avrei voluto metterci la sua testa, avrei voluto aprirla per vedere cosa c’era dentro. C’era la donna che non avevo saputo e voluto aspettare, avrebbe detto lei – a ragione.

Alla fine io so che nessuno ha debiti, crediti. Alla fine, qualunque cosa accada, io so che il bilancio è sempre in pareggio. Ognuno si tenga la sua metà di tutto. E chiudiamola lì.

Toh, ficca le mani qua dentro e prendi ciò che vuoi, ciò che riesci a prendere. Io, come vedi, mi sono già tirato avanti con il lavoro…

Clicca

Blank & Jones, “Distance”

16 Agosto 2018, ore 22:36

Letteratura. I miei pensieri sono letteratura. I miei sentimenti sono letteratura. La mia vita è letteratura. Esercizi di stile. Divertissement, lacrime e sangue. Sprazzi di poesia, fulgidi e cupi. Posate senza forchette, cucchiai.

Le ferite sono sentieri che il lettore percorre aspergendo acqua santa.

Segnati. Proteggiti. Procurati amuleti, scongiuri su pergamena. Sii accorto, prudente, ma non preoccuparti, qui tutto è finzione. Non finirai tra le parole di un libro immaginario a fare il martire, ad esserne protagonista. Non sei tu, lei, loro quelli che ho in punta di lingua e coltello. Come ogni scrittore sono bugiardo e infido. Mento. Sono un manipolatore. Mi prendo gioco della tua necessità di riconoscerti, di crederti il centro del mondo o il mio ombelico. Uso i tuoi bisogni, gioco con i tuoi desideri. Ti seduco e abbandono. Sono un bastardo. Il tuo bastardo. Quello che ti ammansisce con un sussurro, e poi ti bastona vomitando qua e là, senza criterio, le tue paure, i tuoi sospetti. Un pessimo bastardo e un pessimo scrittore. Il peggiore. Il solo che non ti dirà mai quello che vuoi sentire, quello che ti aspetti, che pur ingannandoti ti sarà fedele.

Un matrimonio malato, il nostro. Consolati: ogni famiglia è un lazzaretto, ogni matrimonio l’anticamera di un incubo.

 

 

Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca

 

Le immagini, se non diversamente segnalato con firma Cinzia o Ethan Ricci o altro nominativo, sono prevalentemente tratte da materiali fotografici e grafici preesistenti modificati e riadattati dall'autore. La costruzione del sito e la grafica sono opera di Ethan Ricci. La riproduzione parziale e non a scopo commerciale del materiale pubblicato (immagini e testi) è consentita citando la fonte (indirizzo web) e/o l’autore (Cinzia Ricci, Ethan Ricci o altri), diversamente tutti i diritti sono riservati e la riproduzione non è consentita.

Clicca

Questo sito, testato principalmente con Firefox, Internet Explorer e Safari, è privo di contenuti dannosi per i computer, inoltre, non è ottimizzato per una visione su telefoni cellulari. Risoluzione schermo consigliata: 1024x768.