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Pagina creata il 14 Dicembre 2018
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Aggiornata Domenica 13-Gen-2019

 

 

Questo è un embrione di progetto al quale sto lavorando. È una lettera, un diario aperto che un uomo scrive rivolgendosi ad una o più donne immaginarie. La lettura di ciascun frammento potrebbe essere accompagnata ascoltando il brano musicale che lo ha in parte ispirato e di cui includo il Link.

È ancora tutto molto vago e, per quanto ne so, potrei lasciar perdere in qualsiasi momento.

 

 

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Ryuichi Sakamoto, “Kodoku (Solitude)”

18 Ottobre 2018, ore 12:59

Buongiorno, amore. No, non sono arrabbiato. Rassegnato, forse; sconfitto, anche; amareggiato, non sai quanto; offeso, sì, un po’ – ma arrabbiato, no. Non si cava il sangue dalle rape. Là fuori l’umanità è diventata nemica di se stessa e a farne le spese sono i più umani di tutti, quelli che il corpus sociale rigetta come farebbe il sistema immunitario con un batterio, quelli come me, per quanto inoffensivi, quelli che non assomigliano a nessuno e proprio non riescono a conformarsi forse perché non hanno nulla da adeguare. Non so per quanto, tesoro, ma sono ancora vivo. Fossi in te mi affretterei. Le lancette corrono veloci. Una corsa a rotta di collo verso la linea del traguardo oltre la quale non è dato vedere ma che, spero, mi regalerà la smemoratezza. Non arriverò primo, né ultimo. Non c’è gara senza concorrenti, quindi arriverò solo. Mi volterò? Può darsi. Cercherò con lo sguardo quello che avrebbe dovuto essere e non è stato. La mia vita ne è piena. Tu sarai lì, naturalmente. Passeranno giorni prima che possa farmi un’idea ancorché approssimativa di tutto quello che ho perduto. Con il resto, invece, farò presto: uno sguardo e via, finito. Chissà se almeno in quel momento avrai un sorriso, per me. Chissà, se accompagnandomi in quell’ultimo tratto di strada avrai una parola, una sola, per me. Chissà se avrai dispiacere, se un po’ capirai quanto ingiustamente sono stato trattato. Vorrei le tue scuse. Le vorrei da chiunque sia responsabile dell’abisso in cui ho dovuto costringere la mia esistenza. Oh, certo, avrei potuto, forse dovuto morire e tuttavia nessuno me lo ha chiesto. Lo so, l’ho capito, quelli come me non danno nemmeno fastidio, gli si può permettere di respirare finché avranno fiato, tanto… La mia ininfluenza vi onora? La mia inesistenza glorifica? Chissà, magari la morte vi trascinerà nello stesso oblio a cui mi avete destinato. Chissà, magari la luce dissolverà il dolore e come per magia dimenticherò, non saprò più, sarò semplicemente, finalmente libero. Una particella specchio nell'indifferenza, nell’inimmaginabilità del multiverso.

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José González, “Remain”

18 Ottobre 2018, ore 19:38

Ricordi quando eravamo bambini? La fetta di pane trusciata con il pomodoro? Quanto era buona. Buona come quella ammorbidita dall’olio, con il sale che crocchiava sotto i denti, o quella coperta di burro e cosparsa di zucchero, o marmellata. Mangiavo completamente ripiegato su me stesso, inerme mentre intorno volavano stoviglie, calci, ceffoni. Mangiavo, lentamente. Masticavo così tanto che il cibo alla fine diventava una poltiglia liquida. Masticavo così tanto per mescolare i sapori, renderli sopportabili. In realtà non volevo mangiare. Volevo sparire, morire. Volevo chiudere gli occhi per riaprirli in un’altra vita fatta di abbracci amorevoli, di pomeriggi autunnali senza angoscia, sere invernali prive di terrore, profumate notti d’estate piene di sogni.

Anche tu sei stata una bambina pacco postale, una bambina valigia, una bambina zavorra, una bambina fatta e messa lì, ultima nell’ordine delle cose, meno importante delle apparenze, meno importante di qualunque vizio, capriccio, qualunque necessità vera o presunta? Anche a te ripugna la violenza, dopo tanta averne vista, subita? Anche a te pesa la vita, l’ingiustizia che non smette di punire, tormentare?

E invece ti immagino serena, immagino la tua infanzia trascorsa di merenda in merenda, inseguendo galline, tra un cartone animato e l’altro, mentre fuori il sole scompare dietro le case. Tu e le tue bambole, il tè tra signore immaginarie, prefigurando il futuro da brava padrona di casa, moglie devota, madre premurosa, lavoratrice instancabile, donna perfetta. Ti immagino un po’ goffa e distratta, intenta a studiare un bruco, impegnata a colorare un foglio bianco con i fondi di caffè. Se avessi la macchina del tempo ti raggiungerei per dirti di guardare nella tazzina perché lì dentro, da qualche parte, ci sono io - e tu mi troveresti subito, senza sforzo.

Non so tu, ma io non ho un solo tempo in cui vorrei tornare. Quel tempo, forse, verrà. Vorrei avesse le tue dita che pasticciano la tovaglia con i fondi di caffè.

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Klaus Schulze, “My Ty She”

23 Ottobre 2018, ore 09:32

Sono stanco, tesoro. Stanco di essere invisibile, di essere trattato come se non valessi nulla. Stanco di questa Italia orribile, di gente profondamente, orgogliosamente incapace, incolta e anaffettiva a cui importa solo di sé. Sono a pezzi. Non ho voglia di parlare, non voglio vedere nessuno, ne avessi il coraggio la chiuderei qui, ma ancora quella forza non ce l’ho.

Lo capisco, sai? Per quale ragione mi si dovrebbe considerare parte del corpus sociale o almeno di un suo segmento, seppur piccolo e disprezzato? Per quale ragione mi si dovrebbe trattare, non dico bene, ma almeno meglio? Mica vi sarebbe qualcosa da guadagnarci. Mica si è tenuti a farlo in ossequio ad un obbligo formale, per vincolo di parentela o appartenenza a qualcosa. Sono fuori da tutto – liberi tutti, quindi, di non avere obblighi e responsabilità nei miei confronti.

Anche fossi un genio, anche facessi cose straordinarie mi piscerebbero in testa, ammesso che avessero la capacità e l’intenzione di guardarsi intorno e quindi mi vedessero. Ma non mi vedono e se mi vedono, nel migliore dei casi due parole di circostanza per lavarsi la coscienza, nel peggiore, sfruttamento o indifferenza.

Magari poco, ma qualcosa valgo. Mi illudo di avere qualche diritto. Il diritto a una vita dignitosa, a un pasto caldo, a un paio di scarpe, a non dover vivere solo come un cane, ad essere considerato un essere umano degno almeno di benevolenza. Fratellanza, non quello schifo di relazioni che si consumano sui social, secondo le medesime dinamiche della socialità vis a vis, basate quasi esclusivamente sull’apparenza, l’esibizionismo, l’opportunismo, il vampirismo, il cannibalismo.

Sono a un passo dal crollare. Eppure, t’incontrassi e tu mi chiedessi come sto, ammesso te ne fregasse, non potrei dire che “bene” perché queste non sono cose che si rivelano come niente fosse, infilate tra un’insulsaggine e l’altra. Direi “bene” perché tu e tutti gli altri non vorreste sentirvi colpevolizzati e se solo provassi a parlarvi davvero di me, di come mi sento, di come mi state trattando, finirei per dover subire il vostro odio, la vostra rabbia. Forse sarebbe meglio dell’indifferenza, ma francamente non mi va di sottopormi anche a questo.

Lo senti quanto fastidio ti procurano le mie parole? Già un po’ mi prenderesti a calci, già un po’ vorresti mandarmi al diavolo perché tu no, tu non sei come gli altri, tu mi stimi, tanto, tu mi frequenteresti se solo potessi, ne avessi il tempo, la possibilità, se solo non dessi io l’impressione di disprezzare i buoni consigli e la buona compagnia. Io non ho bisogno di consigli, ho bisogno di soluzioni. Lo vedi, tesoro? Come si fa presto a disconoscere l’altro, a distruggerlo per liberarsi dal peso delle proprie responsabilità? No, cara, io non sono un disadattato. Sono solo un poveraccio che non può comprare la tua, la vostra considerazione. Non ho moneta di scambio. Tutto qua.

Lo sai, vero, che quando morirò nessuno se ne accorgerà? Resterò disteso sul pavimento di casa per giorni prima che il puzzo convinca i vicini a chiamare qualcuno… E sarò pure fortunato se avrò una casa in cui morire, cosa su cui non scommetterei un centesimo.

Ce l’hai una testa per pensare? Allora pensa, tesoro. E vergognati.

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Chillout Lounge Relaxing 2018, Mix Vol. 16

23 Ottobre 2018, ore 09:32

È andata così, evidentemente in nessun altro modo avrebbe potuto essere. Vi sarà una ragione. Se c’è temo che non la saprò mai, non qui, in questa vita, in questa dimensione. Non saprò mai perché tutto, ma proprio tutto è andato storto. Non saprò mai perché resisto, contro qualsiasi logica, convenienza. Non saprò mai perché non sono ancora morto, sebbene ci sia andato vicino tante di quelle volte che non le conto più. Non saprò mai a chi giova, a cosa serve che io stia qua, sopravvivendo a stento. Non saprò mai perché mi sono toccate le briciole, e spesso nemmeno quelle. Non saprò mai nulla e morirò consapevole di sapere un bel niente, di ogni cosa. Non so e non saprò nulla, per quanto abbia chiesto e cercato, per quanto non smetta di farlo. Non ha senso. È disperante. Vivere così toglie il fiato, sfinisce, logora. Mai un momento di gioia, soddisfazione, e se capita qualcosa di simile, in quei pochi secondi, è come se un’ombra sempre incombesse non permettendo alla luce di passare.

Sono così abituato al nulla, al peggio, alla trascuratezza, a percepire le relazioni per quello che sono senza mai riuscire a sopravvalutarle, che niente mi procura sollievo davvero e se accade, occasione veramente rara, che un’inezia di felicità mi attraversi, sbatacchi contro il mio sistematicamente irrealizzato desiderio di vivere, arriva subito un accidente che rimette ogni cosa a mollo nel fango.

Lo so, non attirerò favori, simpatie a raccontare le mie disgrazie, i miei dolori. La gente vuole allegria, vuole circondarsi di persone apparentemente spensierate, realizzate, liete, persone estroverse al limite ed oltre l’idiozia, non vuole circondarsi di cervelli funzionanti. La gente ha una pessima opinione della consapevolezza, delle capacità. Vuole uscire a ballare, a cena, vuole fare baldoria, vuole divertirsi, scopare, sentirsi attraente, desiderata, desiderabile, vuole scambiarsi favori. Vuole circondarsi di possibilità, non di esseri umani. La gente, quelli come me se non può farli sparire in qualche modo, li ignora. Semplicemente. La gente.

Forse anche tu sei “la gente”. Un Blob. Forse anche tu vorresti il mio silenzio e non potendolo avere ti sei tappata le orecchie. Inutile sgolarsi, allora. Non arriverai al mio richiamo, né piano, né di corsa. Starai lì, in sospensione, tra gli uni e le altre, ad aspettare il Principe azzurro perfetto, la perfetta via di mezzo che ti ostinerai a credere inesistente. E invece eccola qua. Inutilmente blaterante, scrivente. Inutilmente esistente.

Quante occasioni perdute. Quante vite mancate. Un enorme buco nero, l’umanità indolente.

24 Ottobre 2018, ore 8:11

Sto a picco in una specie di casottino coperto con ampia apertura verso l'esterno, parecchi metri a picco su un fiume. Ho in mano una specie di mazza artigianale di legno, molto corta, così corta che sul manico c'è appena il posto per le mani poste una accanto all'altra e il resto non è più grande di un piatto da dessert, squadrato. Di fronte a me un tipo che mi fulmina con lo sguardo perché impugno la mazza in modo diverso da come, evidentemente, mi ha appena insegnato. Docilmente, e scusandomi per l'errore, correggo la posizione mentre lui mi mostra la palla che tra poco colpirò: sembra di cuoio, è vecchia e logora, un po' più grande di quelle che si usano nel gioco delle bocce. Gli dico che è una bella cosa che tutta la sua famiglia sia impegnata nello stesso sport. Lui guarda la palla e mi dice che quella è di sua madre.

Il gioco consiste nel colpire la palla e subito buttarsi con grande slancio nel vuoto per raggiungerla, o meglio, andarvi il più vicino possibile - un misto tra Baseball e Golf, con atterraggio più o meno perpendicolare nel fiume.

Siamo pronti. Guardo giù e capisco che l'acqua è troppo bassa: l'atterraggio potrebbe farmi male, addirittura uccidermi.

Poi, un tonfo sulla pancia... sono le sei e Tina esige la colazione. Grazie, adorata pelosetta, anche stamani mi hai salvato la vita.

Ecco le mie notti, i miei giorni: la sveglia che ancora è buio, mi alzo senza accendere le luci, rifaccio subito il letto, bagno, poi in cucina per servire la pappa alla mia Signora. Infine, caffè o tè, preferibilmente, in quest’ultimo periodo, il secondo.

Tu comparissi alla mia porta rimarresti di stucco. Siamo bellissimi io e Tina appena svegli. Piuttosto ciarlieri, assai cisposi e comunque quasi sempre vispi, come cuccioli pronti per la poppata. E la prima ciotola è rigorosamente la sua. Io e te verremmo dopo. Magari sei “allergica” al pelo del gatto… con la fortuna che ho, sì, è probabile con non entreresti nemmeno in casa.

25 Ottobre 2018, ore 11:41 - 28 Ottobre, ore 21:04

Che strana questa estate che sembra non voler finire mai e che invece stamani pucciava le zampette in un intingolo di grigio... Pare verrà la pioggia, copiosa. Prima o poi deve piovere e se tarda si accumula, poi devasta. Così l’amore.

Ti ho nuovamente intorno. Ti sento appena, ma ci sei. Ti ho trattata male, lo so. Ho scritto cose dure, difficili da mandar giù, da accettare. Dovevo. Era necessario. Non si può sempre tacere. Non si può far finta che va tutto bene. Nulla va bene, ma… sei tornata. Nonostante me. Tuttavia, non mi rendi lieto. Tutt’altro. La tua presenza-assenza, mi deprime, intristisce, perché risveglia in me quel bisogno di vivere che mi è permesso esprimere, seppur moderatamente pena l’esecrazione, ma non mi è dato soddisfare.

Ti ricaccerei, allora, se solo potessi, riuscissi, nel buio da dove vieni e dove, non meno che qua, sei inesistente. Inesistente. Sì. Un po’ come me. Solo che io sono reale, tu immaginaria. L’amica immaginaria della mia solitudine, del mio aggirarmi nel mondo senza farne parte, del mio esservi così imponente con la leggerezza di un fiato e come un fiato facilmente dispersibile nella più totale indifferenza, invisibilità. Una pesantezza osmica, in assenza di gravità.

Ecco, ti ricaccerei là dentro, laggiù, eppure continuo a parlarti. Anche prima, rientrando a casa. Mentre, quest’aria finalmente autunnale, finalmente foriera di promesse invernali, risvegliava in me il desiderio di tenerezze, parole, sussurri, cibi caldi e calde coperte condivise.

Continuo a desiderare di vederti comparire e allo stesso tempo, se accadesse, rischierei di metterti le mani intorno al collo – e non sarebbero carezze.

Dai, accendi il fuoco. Mettiamo due patate sotto la cenere e sulla fiamma le castagne.

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Bliss, “Kissing”

29 Ottobre, ore 07:04

Raramente le persone cercano l’altro, nell’altro. E’ tutto uno sgomitare come davanti a uno specchio - alla fine, l’altro, non è che un odioso intralcio all’adorazione di sé.

Forse è stato così anche per me. Fatico a ricordare, ma forse ho amato per farmi amare. Forse ho inventato l’amore. Forse ho cercato la realizzazione dell’idea che avevo dell’amore. Sono sicuro di aver fatto ognuna di queste cose, perché sono umano e come accade alla maggior parte degli esseri umani, il turbamento si prende gli anni migliori, sbigottisce, rende stolti, egoisti e ingordi, e tuttavia non ho mai pensato che in fatto di sentimenti avessi qualche diritto, figuriamoci privilegi, né mai l’altro è stato solo uno specchio necessario alla mia vanità, che pure ho avuto ed ho. Il dubbio, alla fine, ha governato i miei giorni regalandomi quel briciolo di modestia grazie alla quale non ho creduto mai di essere il centro del mondo, e le risposte incerte che con fatica sono riuscito a darmi hanno guidato le mie scelte, tutt’altro che definitive, tutt’altro che azzeccate. Insomma, ho anche amato, sinceramente, non il mio io gratificato e gratificante, ma l’altro, proprio l’altro, soprattutto quello che aveva pareti così opache da non permettere alcuna rifrangenza, o così splendenti da abbagliare.

Potrò sulla tua pelle finalmente smarrire la mia?

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Talisk, “Echo”

29 Ottobre, ore 14:17

Sai, tesoro, questo è un mondo difficile. Un posto dove a nascere tra quelli che stanno sotto si fa una vita grama, ma grama davvero, dovendo per giunta sopportare l’idiozia dei pari, oltre quella dei dispari.

Così, qualche giorno fa mi è capitato di incontrare un tipo che dall’alto dei suoi privilegi aveva la sfrontatezza di lamentarsi, con me, della disgrazia di… averli. Asseriva che, avendo fatto il tirocinio da geometra alle dipendenze di uno zio, lui sapeva perfettamente come si vive male ad essere sfruttati e sottopagati, perciò, ora che era sistemato in uno dei tanti ripostigli dello Stato, si lamentava, sì, ma con l’onestà di ammettere di essere fortunato. “Vuoi un monumento?”, volevo chiedergli.

Bella la vita, eh? Bella quando è allegra, comoda, guarnita, quando non manca nulla, a partire da una estesa, più o meno influente, abbiente rete familiare e sociale. Bella, quando tutto è possibile e a tutto potenzialmente si è indirizzati, chiamati, quando ogni casella è già al suo posto, pronta, assegnata, basta solo decidere di occuparla, occupare quella o un’altra, a scelta. Facile la vita, eh? E anche quando non è così straordinariamente facile, così meravigliosamente favorita, se infilati nella culla giusta, tutto, o molto, volendo si supera, a tutto, o molto, volendo si accede.

“Non dico che occorra nascere con tutta la camicia, ma con almeno un pezzo, sì, anche piccolo, tipo un polsino, pure un bottone potrebbe aiutare, ma completamente nudi…”
“Per gli svergognati c’è l’ascensore sociale!”
“Ecco l’altra balla cosmica con cui si riempie la bocca chi dell’ascensore non ha avuto bisogno e chi sullo stesso ha trovato un comodo posticino grazie a certi scambi di favore tra incamiciati e camiciai. Gli ignudi, per usufruire del chimerico ascensore sociale devono poterci arrivare, poi, ammesso che vi riescano superando gli innumerevoli e mortali ostacoli di cui è disseminato ad arte il tortuoso percorso che conduce di fronte alle sue porte (roba che pure Lara Croft avrebbe buone probabilità di fallire), i casi sono tre:
1) potrebbero trovarlo guasto;
2) potrebbero trovarlo pieno;
3) potrebbero non trovarlo proprio perché già partito - salita unica di sola andata, naturalmente.”
“Se gli ignudi restano a terra la colpa non è degli intralci, dell’ascensore, dell’ascensorista, degli incamiciati e dei camiciai, la colpa è interamente loro, incapaci che non sono altro!”
“E guai a protestare, vero? In realtà, l’ascensore sociale è un’invenzione con cui si è inteso abbindolare i poveri Cristi facendogli credere che la posizione a 90° gradi paga. Sì, paga - la bella vita a chi abita i piani alti.”

Quindi, se ti lamenti perché è sfiancante stare sempre in giro tra cene e aperitivi, se mi vieni a dire con aria affranta che è una faticaccia avere una casa di proprietà, forse più d’una, un buon lavoro ben pagato e magari prestigioso, una famiglia e tanti amici, mi viene solo voglia di prenderti a nocchini sulla testa. Se poi cerchi addirittura di attribuirmi la responsabilità del fatto che io l’ascensore non l’ho visto nemmeno in fotografia, pavoneggiandoti come se tu il tuo benessere te lo fossi guadagnato, lo avessi tirato su dal nulla partendo da zero o anche meno, neppure te lo dico cosa vorrei farti.

Sai, tesoro, vi sono giorni in cui trovare un senso all’esistenza del genere umano è proprio impossibile.

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Hazy, “Universe”

30 Ottobre, ore 7:37

Pensa come sarebbe bello, adesso, infilarci le scarpe e andare nella pasticceria più buona della città per fare colazione. Poi, sotto la pioggia battente, camminare e camminare, appiccicati come fossimo un corpo solo. Ti mostrerei questo e quello, te ne racconterei la storia e tu, sorreggendo l’ombrello, mi permetteresti, finalmente, di scattare le più belle fotografie che mai farei in un giorno di tempesta. La mia assistente. La mia musa. La mia compagna. E tornare a casa, fradici, infilarci nella vasca da bagno e parlare, parlare, parlare. Ti laverei la schiena. Mi carezzeresti il viso ed io, come mi risvegliassi da un brutto sogno, scoppierei a piangere.

Se bastano pochi mesi di solitudine per far dimenticare quanto anche la pelle ha bisogno d’amore, cosa possono fare gli anni?

Asciugheresti le mie lacrime. Mi abbracceresti. Potrei finalmente essere me stesso. Questo me errante, apolide. Acquietarmi. Socchiudere gli occhi lasciandomi espugnare dall’illusione che un attimo sia sempre.

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Ryuichi Sakamoto, “Amore”

6 Novembre, ore 9:39

Ho sempre una specie di nodo in gola, non mi lascia mai.

Il tempo è passato. Sterilmente. Ho visto consumarsi i giorni, li ho visti andarsene senza lasciare nulla se non una vaga traccia in quello che ho fatto nel tentativo disperato di raccontarli, fermarli. Sapevo, sin da piccolissimo, che non mi sarebbe rimasto altro che la memoria, che la mia vita e ciò che attraverso essa è stato, sarebbero svaniti insieme a me, a lei, per questo mi sono sempre sforzato di mostrare e al contempo fissare nella mente quello che era importante, che pareva esserlo: perché non andasse perduto, non trascorresse in vano. Ho speso molte energie in questa inutile attività. Ero e sono - giovane, sciocco. Nulla di me e della mia vita è stato veramente considerato degno di accoglienza. Non abbastanza, almeno. Ho camminato in una boscaglia di spallucce alzate. Dicono che ti accorgi di quanto il contesto sia discriminatorio solo se per qualche ragione ne sei fuori. E se te ne accorgi sei già morto. Probabilmente morto alla nascita. Ma servi. Servi proprio così, morto, in modo che gli eletti possano pascersi alla vista della tue carni lacere, cosicché possano, celebrando ogni giorno il tuo funerale, ficcandoti un po’ più giù nelle terra, glorificare la superiorità della loro miserabile esistenza, garantirsi l’esclusivo privilegio di giudicarti, decidere di e per te, o semplicemente fingere che non esisti come in effetti è. Sì, non si esiste se non si è nello sguardo dell’altro, nella sua memoria, nei suoi pensieri, disinteressatamente, nel suo considerarci pari a sé.

Un senso, davvero, la vita, in altro modo, non ce l’ha – vita non è.

Dimmi, sei dentro o fuori l’apparato di-gerente ri-produttivo dell’umanità imbelle?

Sempre. Mai. Saprò.

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Ane Brun “You Lit My Fire”

13 Dicembre, ore 18:04

Spero mi perdonerai, tesoro, se in questo periodo l’ultima cosa a cui penso è l’amore. L’amore, per me, è sacro e preminente, in questo mare magnum di miserabilità, ferocia, di dolore e umiliazione, pensare all’amore come io lo intendo e come probabilmente non può più essere tra gli umani, mi è impossibile.

Sto tentando di sopravvivere. Sto sfuggendo la morte. Sto attendendo che accada qualcosa che mi spinga a restare. Le mie ragioni, da sole, non sono sufficienti. Le promesse, gli ammiccamenti, le briciole e le elemosine di chi a malapena intende sgravarsi la coscienza, sono nulla. Sapessero di quanto poco avrei bisogno, quanto poco desidero: la tua mano sulla spalla, ad esempio, basterebbe – sarebbe come quella boccata d’aria che tiene in vita un minuto di più mentre il fango cresce, sale, tutto sommerge trascinando via. Il tuo sguardo in cui il futuro dura una notte e si smarrisce in me. Il tuo silenzio senza soluzioni perché non è da te che le vorrei. All’amore, in effetti, non ho mai chiesto né mai chiederei tanta banalità, tanta ordinarietà. All’amore chiedo di essere straordinario, a te di amarmi, di regalarmi per il tempo di un respiro il tuo lato caravaggesco.

Avevo quasi dimenticato di essere vivo.

Spero mi perdonerai, tesoro, se torno adesso dove non ti porterei mai.

Dormi serena. Senza me sei salva.

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Rebekka Karijord, “Mother Tongue”

28 Dicembre, ore 7:06

Se t’incontrassi oggi, pensa, non avrei nemmeno un posto dove invitarti per una cena, un pranzo, un caffè, uno sguardo oltre la finestra. Non ho più neanche un letto dove sognare d’incontrarti per dirti che non saprei dove portarti. E in queste condizioni, non molto dissimili da altre seppur nella sostanza tanto diverse, potresti tu avere un qualche interesse per la desolazione che ha travolto la mia vita? Per le mie carni lacere che non posso ficcare a forza dentro un accattivante, mendace incarto? Ma lo so, non sei sciocchina, i fiocchetti non ti ingannerebbero, sapresti benissimo che le carni ancor più languono e ingrigiscono nell’offesa dei giorni senza giustizia e amore: non è lo sfiorire naturale a rendere l’uomo probo solo e disperato. Sapresti, anzi, che vi è una tenerezza nuova e preziosissima, una precipua bellezza nella vita che spedita volge al tramonto, che vi è ricchezza e pienezza, una musica senza stridori, disarmonie. Dove non vi è più colpa, vergogna, il coraggio non serve, non serve finzione - finalmente il tempo è nulla e l’incontro tra anime è un tutt’altro che straordinario ritrovarsi.

Se t’incontrassi oggi, dunque, dovremmo passeggiare soltanto, prendere freddo, cercare rifugio in un bar. Dovremmo imparare, subito, ad accettare e ascoltare uno i silenzi dell’altra, perché vi è tutto in essi e nessuna architettura di suono può contenere tanto. Il silenzio ha sue magie e attenzioni. Niente più del silenzio può descrivere lo stupore e l’incanto, lo spavento e il dolore, l’amore e l’abbandono. Dovremmo camminarci accanto, incontrarci di nuovo, finalmente – senza infingimenti. E tu saresti naturalmente bellissima come quando, qualche vita fa, dovemmo lasciarci andare.

Una panchina fredda. Una giornata grigia di dicembre. La tua mano nella mia tasca. Il fiato che porta a spasso le nostre esistenze. Un colpo di tosse, uno starnuto.

La felicità.

 

 

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