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Aggiornato Domenica 14-Mag-2023

 

 

«Prima di andare passa da me.», aveva ingiunto Ruggiero Ranieri al capo cantiere dopo aver ispezionato gli interni di una delle navi più grandi e lussuose mai realizzate dalla sua azienda. Alle diciassette, Antonio si fece annunciare dalla segretaria e non dovette attendere per essere ricevuto.
«Antonio, entra. Siediti…»
«Senta, Dottore, se non è una cosa lunga resterei in piedi…»
«Va bene. Quanti anni è che lavori per me?»
«Beh, una trentina…»
«Sei arrivato che eri un ragazzo… eravamo giovani tutti e due, ma tu di più…» - sorrise - «Sei sempre stato affidabile e con il tempo sei diventato quasi insostituibile, lo riconosco, ci tengo a ringraziarti...»
«Mi fa piacere, ma mi farebbe più piacere un aumento…», disse Antonio in tono scherzoso.
«Apprezzo l’ironia e apprezzo chi la esprime senza timori reverenziali. Odio i leccapiedi.»
Antonio aveva fretta: «Dottore, come posso esserle utile?»
Ruggiero esitò, ma poi, dato che non c’era un modo migliore di dirlo, rispose: «Chiudiamo, Antonio – l’azienda cambia assetto societario e si trasferisce all’estero.»
«Ma come? Abbiamo commesse per mesi, anni di lavoro!»
«Appunto, è il momento giusto per cambiare. Ricevere certe notizie per mail o lettera non è bello…»
«Bello? Non è bello in ogni caso. A voce o per iscritto, cosa cambia? Sempre un casino è.»
Ruggiero avrebbe voluto dirgli “Mangi? Mangi abbastanza, ogni volta che hai fame, ogni volta che ti va, anche quando non ne avresti bisogno? Dormi in un letto comodo, soffice, spazioso? Le lenzuola sono pulite, le coperte sufficienti? Vai in vacanza, in giro il fine settimana? Hai vestiti per ogni occasione, freschi di bucato? Hai scarpe per l’inverno, scarpe per l’estate, scarpe in cui non entra l’acqua quando piove, in cui non congelano i piedi quando nevica? Hai una casa in cui rifugiarti, una porta da chiudere in faccia al mondo, un terrazzo o solo una finestra da cui guardarlo passare? Hai un mezzo meccanico che ti porta a spasso, che accorcia le distanze? Godi di buona salute o magari no ma non sei in pericolo, non hai bisogno di assistenza per lavarti, vestirti, nutrirti? Ti dedichi ad attività che ti piacciono? Vai al cinema, a teatro, a vedere mostre e musei, ad ascoltare musica? Hai amici da chiamare quando non hai nulla da fare, quando ti serve un favore, quando ti va di parlare?”, invece si limitò a chiedergli se avesse una famiglia a cui tornare.
«Sì, certo!»
«Allora hai una vita: un passato e un presente, ovviamente, soprattutto un futuro. Non ti manca nulla, credimi.»
Facile, se hai i soldi per fare lo spaccone o il filosofo, dire stupidaggini ad un povero cristo che deve per giunta starti ad ascoltare – pensò Antonio, basito, senza riuscire a capire dove Ruggiero volesse andare a parare. Guardava le pergamene appese al muro, le foto, il mobile bar, la grande scrivania in radica, le poltrone in pelle… Ormai non lo ascoltava più, pensava al mutuo, a Piera, ai figli senza un lavoro fisso, da aiutare, i nipoti da crescere…
Come capita a chi beneficia dei privilegi assicurati dall’agiatezza, Ruggiero dava per scontato ciò che aveva e non lo apprezzava particolarmente. Non gli bastava il potere, sebbene ne avesse in abbondanza, tanto da essere trattato con reverenza qualsiasi cosa facesse, dicesse. Sul lavoro e nella vita privata dava ordini, spesso pretendeva senza alcun riguardo, nonostante questo era trattato con rispetto. Più incuteva timore, più infieriva. Il servilismo di certe mezze tacche gli dava sui nervi ed anche l’arroganza di chi pensava di essergli superiore, così passava parte del tempo a fare angherie ai primi tramando rivalse contro i secondi. Sgambetti, intrighi, vendette, quello che credeva essere un divertimento e in certa misura una necessità, in realtà era fatica e ansietà, spreco, depauperamento, ma non se ne curava. All’inizio della sua carriera, un vecchio socio del padre gli aveva detto una frase che non dimenticò mai: “Chi ha soldi non ha tempo, chi ha tempo non ha soldi”. Ruggiero aveva scelto razionalmente di non avere tempo pensando che il successo, il denaro, il potere lo avrebbero risarcito - così non fu, ma non gl’importava: non aveva visto crescere i suoi figli che erano diventati poco più di due spocchiosi estranei; non fu presente quando morirono i suoi genitori e non comprese nulla di quello che accadde tra lui e sua moglie - se ne andò e ci mancò poco che nemmeno se ne accorgesse. Soddisfò ogni capriccio, ebbe tutto quello che voleva tranne quello di cui avevo bisogno, ma ciò non fece alcuna differenza.
Ruggiero si alzò, raggiunse la finestra e riprese a parlare osservando i pescherecci rientrare in porto: «La vita, talvolta, tira per la giacchetta e anche se non ti da risposte, spiegazioni, non ti indica la direzione, a suon di pizzichi un po’ ti sveglia.»
Antonio stringeva il cappello tra le mani, stava in piedi davanti alla scrivania, immobile. Di sicuro le cose non sarebbero cambiate, né per Ruggiero, né per gli altri quadri dell’azienda. Gli impiegati, i dirigenti e gli operai giovani avrebbero sicuramente trovato un’altra occupazione, ma lui, a quasi sessanta anni? Avrebbe voluto dirgli di avere almeno la decenza di tacere, ma Ruggiero raggiunse il mobile bar, si versò uno scotch, ne bevve qualche sorso e aggiunse: «Meglio così. Avremo tutti più tempo per pensare e riposarci. Passa dall’ufficio, risponderanno alle tue domande. Io, anche volessi, non saprei cos’altro dirti…» - guardò Antonio appena e fece un movimento con la mano facendogli capire che poteva andare.

Se Ruggiero lo avesse apertamente insultato non lo avrebbe offeso quanto invece fece quel gesto. Manco li cani, pensò. Uscì dall’ufficio con la sensazione di aver smesso di esistere e senza averlo deciso, invece di andare verso casa raggiunse gli ormeggi delle barche. Le giornate erano ancora fredde, corte. Il sole stava tramontando. Si chiese cosa avrebbe dovuto fare, adesso. Telefonare a sua moglie? A uno dei figli? Sarebbero stati in grado di comprendere la reale portata di quella notizia? Certo, la liquidazione non era poca dopo quasi trent’anni di lavoro, ma bisognava tener conto che alla sua età non avrebbe trovato un altro impiego. Per quanto avesse un’ottima qualifica e ancor più ottime referenze, era possibile che non avrebbe mai più potuto lavorare a tempo indeterminato, con lo stipendio e le tutele di chi ha un posto fisso. Bisognava per prima cosa provvedere a pagare il mutuo. La casa era grande e costosa, poi c’erano i figli sempre in difficoltà. Si fece coraggio, doveva rincasare.

Ruggiero chiamò il garage. Avvertì l’autista che voleva passare da casa, poi avrebbe cenato al Club nautico, come al solito. L’auto, una Mercedes Maybach S 680 appena immatricolata, arrivò rapidamente. «Dottore, perdoni l’impertinenza, ma si vocifera che l’azienda sarà delocalizzata, che partiranno i licenziamenti…» - disse con un filo di voce l’autista mentre faceva accomodare Ruggiero sui sedili posteriori.
«I licenziamenti riguardano solo il cantiere, il tuo posto di lavoro e quello delle altre persone al mio servizio non è in discussione.»
«Grazie, Dottore, mi scusi ancora.» - e partì in direzione di Villa Smeraldo, un edificio a due piani costruito a picco sul mare, composto da una ventina di stanze e torretta panoramica. Se non vi fossero stati gli scogli, dalla balconata dell’enorme terrazzo del primo piano, Ruggiero e i suoi ospiti avrebbero potuto tuffarsi in acqua risparmiandosi la fatica di prendere l’ascensore per raggiungere la spiaggetta privata e il porticciolo sottostante. Ruggiero vi abitava da solo. La moglie se n’era andata una decina di anni prima - i loro rapporti, perlopiù limitati a questioni di ordine economico, si svolgevano tramite avvocati. I figli erano all’estero - si facevano vivi soltanto in caso di necessità, cosa che accadeva molto raramente dato che la cospicua rendita assicurata loro gli garantiva una vita spensierata e agiatissima. Gli altri parenti, pochi e secondo lui infrequentabili, avevano capito da tempo che da Ruggiero non avrebbero ricevuto un centesimo, quindi non avevano ragione di interessarsene. Discendeva da una famiglia più che benestante. Il cantiere apparteneva al padre, un mediocre armatore senza alcun fiuto per gli affari. Quando subentrò alla conduzione, l’azienda era sul punto di collassare, ma lui, grazie alle sue importanti relazioni e a una notevole capacità imprenditoriale, la risollevò quadruplicando le commesse, ingrandendo il cantiere e portando i profitti ad un livello inimmaginabile solo pochi mesi prima. Era ricco in modo imbarazzante, così ricco e influente che niente avrebbe potuto minacciarne Status e benessere.
Giunto a casa trovò il bagno pronto. La governante gli chiese se avesse richieste particolari per la serata e per il mattino successivo. «Niente, Luisa, vada pure a riposare.» Si rinfrescò, si vestì elegante ma sportivo, scese in garage, montò sulla sua Ferrari preferita, una Dino 206 GT Gran Turismo del ’67, e si diresse verso il Club nautico dove avrebbe trovato il solito gruppo di facoltosi sfaticati. Sapeva che avrebbero parlato di amici comuni - vecchi, nuovi o possibili -, di investimenti, finanza, del mercato medio orientale, di Yacht e Superyacht, a motore e a vela, Luna Rossa, l’America's Cup e le altre regate, automobili e moto, di belle donne - non solo Escort - e fameliche arpie - non solo mogli. Le solite cose, insomma. Improvvisamente desiderò il silenzio.

Antonio guardò verso casa e vide in guardino le auto dei due figli. Parcheggiò in strada, senza fretta. Aveva acquistato la villetta bifamiliare in cui viveva da due decenni ad un’asta fallimentare. Un affarone, comunque costato un mutuo trentennale con rate pesanti a tasso variabile che, ad ogni crisi, lo dissanguavano. Piera, dava una mano facendo le pulizie presso alcune famiglie benestanti che abitavano lì vicino. La località era bella, rinomata. Vi avevano costruito o comprato casa persone di livello medio-alto, Antonio e la sua famiglia erano stati i primi di ben altra estrazione sociale a prendervi la residenza. Nel tempo erano arrivate in zona soprattutto famiglie di immigrati, tra le poche a basso reddito in grado di permettersi l’acquisto di una casa lì o altrove. Famiglie numerose, allargate a parenti e amici, i cui membri lavoravano come nemmeno le bestie da soma, senza orari, tutele, spesso per pochi spiccioli, ma, mettendo insieme le risorse racimolate, erano in grado di fare progetti a lunga scadenza: tra questi l’acquisto di case e l’avvio di attività lavorative in proprio. Antonio, Piera e successivamente i figli, non avevano stretto amicizia con nessuno e come tutti i residenti di lunga data, erano profondamente diffidenti verso i nuovi arrivati e più in generale verso ogni cambiamento. La loro vita sociale cominciava e finiva sull’uscio di casa. I figli avevano studiato e tentato di rendersi indipendenti, non riuscendovi: senza l’aiuto economico dei genitori non ce l’avrebbero fatta, senza il loro aiuto non ce la facevano e infatti eccoli lì, a pranzo e cena cinque giorni su sette, con le bollette da pagare in tasca e tanto, tanto altro da chiedere, ma non a tutto Antonio e Piera potevano far fronte. Antonio sospirò, scese dalla macchina e raggiunse la porta di casa senza avere il tempo di aprirla.
«NONNO, GUARDA!» - un grosso cucciolo scalmanato gli corse incontro seguito da Francesco, il primo genito del secondo figlio, Nicola.
«O questo?» - chiese Antonio cercando di scrollarsi di dosso entrambi mentre Piera gli toglieva di mano la borsa termica.
«Visto che bello?», sospirò lei.
«Bello un corno, ci mancava pure un… un… ma cos’è, un Terranova?» - disse senza nascondere la propria contrarietà - «Ma lo sapete quanto mangia questo bestione?»
«E dai, papà! Cecco l’ha visto su Facebook e l’ha voluto…» – rispose Nicola, sporgendosi verso l’ingresso.
«Non tutto quello che si vuole si può avere!» - Piera capì che c’era qualcosa che non andava. Guardò Antonio dritto negli occhi, non ebbe bisogno di chiedere. «Siamo nei pasticci, l’azienda si trasferisce, stanno partendo i licenziamenti.»

Ruggiero parcheggiò. Il Maître lo accolse con la solita gentilezza e lo accompagnò al suo tavolo. Detestava mangiare con gente intorno, per questo gli riservavano un piccolo tavolo appartato dove nessuno poteva disturbarlo. Gli amici, se così li si poteva considerare, li avrebbe trovati più tardi, al bar. Il Maître elencò i piatti del giorno: cacciucco alla livornese, zuppa fasolari cozze e vongole veraci, lasagne al ragù di pesce, rana pescatrice agli agrumi, polipetti in casseruola, polpo all’arancia rossa... optò per un'insalata tiepida di gallinella al mais accompagnata con un calice di Chardonnay. Cenò con calma, poi gli venne voglia di compagnia femminile. Fece una telefonata. Se ne andò passando da un ingresso secondario per non farsi notare. Dopo circa mezz’ora arrivò ad una splendida villa cinquecentesca frequentata da donne bellissime provenienti da tutto il mondo e uomini facoltosi, perlopiù disgustosi, privi di moralità e scrupoli, molto discutibili e parimenti, inspiegabilmente rispettati. Ruggiero fu accolto in una saletta riservata dove fu raggiunto da Ekaterina, una modella moscovita poliglotta, trentenne, laurea in fisica, master in fisica quantistica, Tour in Italia prima di proseguire il viaggio in altre maisons europee. Ruggiero l’aveva già incontrata altre volte, con lei andava sul sicuro, nessuna sorpresa. Le chiese se sarebbe stata disponibile a seguirlo in un viaggio di lavoro negli Emirati Arabi, a Giugno. Non parlarono di soldi, non occorreva. Ekaterina accettò.

«Ragazzi, l’unica cosa che mi sento di prospettare è che vi trasferiate qua. Non subito, guardiamo quello che succede, ma lo metterei in conto.»
Piera giocava con Francesco e Sara, in modo che Antonio, Nicola ed Ettore potessero parlare senza troppe distrazioni. Nonostante il freddo, il figlio maggiore di Ettore era in giardino con il cucciolo che le corse e i salti non avevano ancora tramortito.
«Va bene, stringiamo la cinghia: intanto annullo le vacanze a Rimini – il mare lo abbiamo anche noi ed è pure meglio.», disse Nicola.
«Ma sì, chi se ne frega, disdico anch’io. Senti, mamma, ci parli tu con Maria?», chiese Ettore pensando alla moglie che aveva manie di grandezza.
«Beh, se parli a Maria parli anche ad Elena!», esclamò Nicola mettendosi a ridere, immaginando la faccia della moglie alla notizia di un possibile trasferimento dai suoceri.
«Se preferite, ne parliamo tutti insieme domani, a pranzo…», propose Piera.
«Ne parleremo sicuramente, ma a Maria ed Elena lo anticipiamo noi, è meglio.»

Verso le cinque del mattino, Ruggiero si svegliò. Ekaterina se n’era andata senza disturbarlo. Lo faceva sempre e lui apprezzava che lo lasciasse solo: preferiva evitare le confidenze che pare debbano scambiarsi un uomo e una donna al risveglio. Fece una doccia, si vestì e avviò verso casa. Lungo la strada cambiò idea: sarebbe andato in ufficio a lavorare un po’, cosa che faceva sempre con piacere, specie quando in azienda non c’era nessuno, nei giorni di festa e di riposo, ma prima si sarebbe sgranchito le gambe. Voleva fare una passeggiata, all’alba, come un cittadino qualsiasi, uno di quegli uomini inconsapevoli e fortunati che il peso delle responsabilità, degli affari non piega. Certo, se fosse stato un uomo così tanto fortunato, non avrebbe trascorso quella notte favolosa con una donna i cui servigi costavano più del salario mensile di un operaio, niente Mercedes Maybach S 680, niente Dino 206 GT Gran Turismo, niente Yacht, niente Villa a picco sul mare, niente cantiere, niente commesse milionarie, niente di niente, solo sciocche preoccupazioni senza alcuna rilevanza, piccole gioie effimere, fini a se stesse – ma non aveva quella fortuna. Sorrise.

Verso le cinque del mattino Antonio decise di alzarsi. Non aveva chiuso occhio. Fece piano per non svegliare Piera, raggiunse la cucina per prepararsi un caffè, ma poi gli venne in mente di andare a fare colazione in città, in bicicletta, come quando non aveva l’auto, era giovane e pieno di energia. Pensò alla bella sensazione di libertà che regala fare qualcosa di inconsueto. Pedalava con calma, per non affaticarsi, accelerava solo in curva perché gli piaceva piegarsi un po’, come fanno i ciclisti in gara. Giunto sul viale a mare scese al volo dalla bicicletta, la incatenò a un palo e si diresse verso un bar aperto, ma prima di arrivarvi cambiò direzione: la sua nuova meta era la spiaggia da dove, di lì a poco, avrebbe visto la luce del giorno rischiarare la notte.

Ruggiero raggiunse il molo che proteggeva il porto dalle mareggiate e lo percorse sino al faro. Antonio attraversò la spiaggia sino alla battigia, immerso nei suoi pensieri arrivò alla scogliera. Ruggiero si sedette su una panchina, guardando verso l’orizzonte senza vederlo. Antonio si sedette su uno scoglio e per la prima volta in sette anni prese una sigaretta dal pacchetto che portava sempre con sé e l’accese. Il mare era calmo, l’aria pungente, ma non tanto da far rimpiangere il calduccio di un ambiente riscaldato. Rimasero così a lungo, uno all’insaputa dell’altro, due realtà parallele, due mondi distanti pochi metri eppure lontanissimi. Niente li accomunava, in fondo nemmeno l’appartenenza alla specie umana.

 

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