Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Contattaci!
Aggiornato Mercoledì 12-Apr-2023

 

 

 

Alina fu invitata all’incontro di un gruppo di cui, se glielo avessero chiesto, non avrebbe saputo dire alcunché. Facevano delle cose strane, tipo autocoscienza, per quel che ne sapeva. Non conosceva nessuno, tranne Chandra, la ragazza che l’aveva invitata e che teneva un corso di Yoga nella stessa palestra che ospitava l’evento. Alina, non aveva particolare simpatia per le discipline orientali o New Age, ma in quel periodo si sentiva particolarmente sola e allora ogni occasione era buona per non stare a casa ad avvilirsi davanti alla TV. Dopo alcuni esercizi di riscaldamento e respirazione, il conduttore invitò i partecipanti a disporsi in cerchio e a cercare dentro di sé qualcosa di cui, per un motivo o un altro, non avrebbero parlato volentieri: episodi, situazioni che procuravano imbarazzo, fastidio, vergogna o rabbia. Alina chiese se avrebbero dovuto raccontarli apertamente. Il conduttore disse che non vi era obbligo, ma sarebbe stato meglio, in qualunque forma lo si volesse fare.
«Cioè?»
«A parole, ballando, mimando, usando metafore, suoni… come si vuole. L’importante è cominciare a demolire il muro dietro al quale le omissioni diventano segreti, macigni, ferite talvolta insanabili.» E mentre abbassava le luci e sceglieva un brano di musica da mettere in sottofondo, aggiunse: «Chiudete gli occhi e non apriteli per nessuna ragione, distendete le braccia lungo il corpo, saltellate come fanno i boxer per sciogliere la tensione, predisponete il corpo all’ascolto e lentamente allontanatevi da voi stessi, distaccatevi. Svuotate la mente così da lasciare spazio alla voce interiore che vi chiede di essere ascoltata…»

Alina cercò di eseguire le istruzioni alla lettera: chiuse gli occhi, distese le braccia e cominciò a saltellare. A mano a mano che la mente si svuotava emergevano episodi della sua vita che aveva apparentemente dimenticato. Niente che valesse la pena ricordare, secondo lei: l’infanzia trascorsa in campagna con i nonni materni, in Croazia, la famiglia in parte italiana emigrata che a malapena dava notizie di sé, l’adolescenza trascorsa a Zagabria, ospite di certi zii, la scuola e insieme il lavoro in un’officina meccanica, la squadra di calcio giovanile e una promettente carriera da attaccante, insomma, per qualcuno quella vita sarebbe stata il paradiso in terra, non per lei sebbene ancora non sapesse che se a un paradiso poteva aspirare, certamente non lo avrebbe raggiunto sotto mentite spoglie.

Andrej, era un ragazzo intelligente, amabile, pacifico e risoluto. Gran fisico, riflessi invidiabili, lo scatto bruciante del velocista. Aveva iniziato a giocare per caso e subito si era distinto rivelandosi un vero e proprio talento naturale. Dopo la scuola e il turno in officina, raggiungeva il campetto e si allenava. Non mancava un allenamento neanche se febbricitante e presto divenne titolare così, per tutti gli anni del liceo e il decennio successivo, giocò ogni partita, di campionato o amichevole che fosse. Capocannoniere. Annusava le occasioni da Goal e raramente falliva. Raggiunta l’età per lasciare il calcio agonistico sarebbe potuto diventare allenatore, ma una notte, mentre cercava compagnia in abiti femminili, fu fermato dalla polizia, denunciato per adescamento e schedato come travestito. Ne seguì uno scandalo che non gli dette scampo: dovette riparare in Italia. Cadde in depressione, non a causa della sua personale condizione che, per inciso, non capiva ancora, ma perché non trovò nella sua famiglia di origine alcuna comprensione, alcun aiuto: i suoi genitori e i suoi fratelli lo perseguitarono crudelmente, tanto da farlo piombare in un abisso di disperazione dal quale tentò di uscire tagliandosi le vene. Si salvò perché la domestica rientrata inaspettatamente lo trovò riverso sul pavimento del bagno, quasi esangue. Dopo il lungo ricovero fu ospitato in una casa famiglia dove ricevette il supporto psicologico di cui aveva bisogno per riuscire a capire di non essere un mostro. Scoprì che esisteva un’alternativa alla morte: vivere, ma facendolo pienamente, senza più nascondersi, senza più mentire, diventando semplicemente se stessi. Ci volle molto tempo affinché Alina emergesse, acquisisse sicurezza, affinché Andrej riuscisse ad accettarla, imparasse a conoscerla, a darle lo spazio che meritava. Verso i trentacinque anni (all’insaputa di medici, psichiatri, avvocati e giudici per i quali era inammissibile la coesistenza di più generi e la loro completa espressione nella stessa persona), Andrej e Alina avevano ormai stabilmente occupato ciascuno la propria metà in quel corpo statuario, degno di una Venere e di un Adone, insieme. L’apparenza tradiva uno e l’altra, ma che meraviglia – destinata purtroppo a subire dileggio, violenza verbale, psicologica e qualche volta fisica.

Esiste un limbo segregazionista e transfobico dove i documenti non corrispondono all’aspetto, dove questo e l’espressione di sé sono incerti; dove ogni energia serve per trovare un punto d’incontro ed equilibrio in e con se stessi; dove sovente si deve ripartire da zero perché l’identità attribuita alla nascita con il portato esistenziale maturato nel tempo, evaporano assieme al vecchio nome portandosi via famiglie, amicizie, carriere, posizioni sociali, patrimoni e amori; in cui trovare un lavoro è quasi impossibile; in cui si rinuncia ad esercitare i propri diritti perché, di fatto, non sono né riconosciuti, né rispettati – in quel maledetto limbo che può durare anni e anni, Alina era sopravvissuta prostituendosi. Ottenuta la rettifica dei dati anagrafici, cercò un posto nel mondo, ma non lo trovò semplicemente perché non era previsto vi fosse, non per lei, almeno. Esisteva un Club dove una donna Transgender avrebbe potuto esprimere le proprie capacità agonistiche o soltanto trasmetterle? Ovviamente no e non solo a causa dei feroci pregiudizi che accompagnano transessualità e omosessualità, che non sono né sinonimi, né attinenti, ma vai a spiegarlo… Operaia in un’officina meccanica? Neanche a provarci. Tornare a battere? Neppure morta! Allora si adattò a fare le pulizie ed altri servizi sottopagati part-time, trovò alloggio in uno squallido pensionato e seguì un corso per diventare operatrice sanitaria per quanto non avesse alcun interesse per le materie infermieristiche e mediche. Raggiunse una certa stabilità quando fu meritatamente assunta in ospedale e poté quindi permettersi di pagare l’affitto di un modesto ma decoroso bilocale.

Quasi cinquanta anni volati via, costruiti un po’ sghimbesci sul cumulo di macerie che era diventata la sua vita. Alina non si guardava mai indietro, MAI. Non voleva ricordare, non le serviva. Guardava avanti sebbene non vi vedesse nulla per cui valesse la pena dannarsi l’anima come in effetti faceva semplicemente per arrivare alla fine del mese. Non poteva avere rimpianti, provava solo nostalgia per le sue corse a rotta di collo sui campi di calcio, per i Goal più spettacolari, per certe notti d’amore dove pareva che anche uno come lui, come lei, un giorno, avrebbe avuto un compagno, una compagna, una vita normale, una normale vecchiaia e una normale morte nell'abbraccio di figli e nipoti. Era andato tutto storto e non per sua volontà, per sua responsabilità. Inutile rivangare.

Udì una voce che sussurrava il suo nome. Aprì gli occhi e per primo vide il sorriso del conduttore, poi il suo sguardo penetrante: «Tocca a te, se vuoi…».

Alina ricordò di aver visto una cesta piena di palloni, la raggiunse, ne prese uno e cominciò a palleggiare come non avesse mai smesso. Sembrava danzasse. Palleggiò e palleggiò ancora, con grazia, senza mai perdere il pallone, il ritmo, ridendo, piangendo, con una così contagiosa felicità che gli altri e le altre le si fecero attorno attendendo di essere coinvolti. Alina passò la palla e tutti, chi sapeva e chi no, cominciarono a giocare per il gusto di farlo, senza altro scopo. L’allegria aveva magicamente riempito l’aria. Non vi erano regole, solo divertimento, stupore e piacere. Nessun Goal era stato tanto gioioso, commovente, leggero. Una manciata di minuti che, quantunque non risarcissero i torti subiti, malgrado non cambiassero il futuro, le diedero la più inattesa boccata d’ossigeno degli ultimi venti anni.

A volte basta poco o nulla per ricordarsi di essere vivi.

Una serata memorabile, forse non solo per lei.

 

Clicca per accedere alla pagina
Clicca per accedere alla pagina
Clicca per accedere alla pagina
Clicca per accedere alla pagina
Clicca per accedere alla pagina
Clicca per accedere alla pagina
Clicca per accedere alla pagina
Clicca per accedere alla pagina
Clicca per accedere alla pagina
Clicca per accedere alla pagina
Clicca per accedere alla pagina
Clicca per accedere alla pagina
Clicca per accedere alla pagina
Clicca per accedere alla pagina
Clicca per accedere alla pagina
Clicca per accedere alla pagina
Clicca per accedere alla pagina
Clicca per accedere alla pagina
Clicca per accedere alla pagina
Clicca per accedere alla pagina
Clicca per accedere alla pagina
Clicca per accedere alla pagina
Clicca per accedere alla pagina
Clicca per accedere alla pagina
Clicca per accedere alla pagina
Clicca per accedere alla pagina
Clicca per accedere alla pagina

Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca
Clicca

 

Se non diversamente segnalato, le immagini con firma Cinzia o Ethan Ricci, sono prevalentemente tratte da materiali fotografici e grafici dell'autore e/o sue elaborazioni digitali. La riproduzione parziale e non a scopo commerciale del materiale pubblicato (immagini e testi) è permessa citando la fonte (indirizzo web), l’autore (Cinzia Ricci, Ethan Ricci o altri), diversamente tutti i diritti sono riservati e la riproduzione non è consentita.

by www.cinziaricci.it oggi ethanricci.cloud