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Aggiornato Domenica 14-Mag-2023

 

 

 

«Eravamo tutti pazzi di lei. La guardavamo come fosse una Dea, bella e irraggiungibile, troppo per chiunque. Le giravamo intorno tenendoci alla larga, guardandola da lontano. Un “no” o peggio, il suo disprezzo, ci avrebbe spezzato il cuore.» Aveva ragione, Renato. Marina era stata una donna bellissima, se non la più bella almeno una delle più belle donne dell’intera provincia, ma nessuno aveva rinunciato a corteggiarla per la paura di essere rifiutato. Nessuno, tranne lui. Eppure, quei suoi modi spicci, grezzi, il ragionare semplice, addirittura ingenuo, avrebbero dovuto riportarla tra gli umani – non accadde. «Ero un ragazzo. Chissà perché pensavo fosse molto più grande di me, invece eravamo coetanei.» La cosa davvero buffa è che anche lei pensava che lui fosse “troppo” per una come lei. Pensava che avesse chissà quale vita straordinaria, a contatto con chissà quale straordinaria umanità per potersene interessare. Si erano così pervicacemente tenuti a distanza che in oltre 40 anni, pur frequentando gli stessi luoghi e le stesse persone, non avevano scambiato nemmeno una parola.

«Marina, questo è l’amico di cui ti ho parlato, Renato.»
«Piacere…»
Si strinsero la mano contravvenendo le regole sul distanziamento. Lui si accorse che lei non lo guardava come fossero estranei, allora prese coraggio e le disse che si conoscevano, anche se non si erano mai presentati. Lei guardò attentamente i suoi occhi e indicando la parte alta del volto annuì: «Sì, mi sembra…»
Renato non aspettò che finisse la frase e abbassò la mascherina. Lei lo guardò attentamente: «Ti conosco, ma…»
«Forse ti ricorderai di me come ero prima, prima della barba, quando ero una donna. Sono Eva.»
Marina sgranò gli occhi: «Oddio… Sì, che mi ricordo! Eva…»

Entrarono in veranda. Francesca non poté trattenersi perché era in ritardo, doveva andare al lavoro.
«Ti accompagno alla macchina così scarico gli attrezzi dal furgone…», disse Renato seguendola in giardino.
«Non sapevo che vi conosceste…»
«Infatti, non ci siamo mai nemmeno presentati… Era una donna bellissima…»
«Vero, una delle più belle.»
«Eravamo tutti pazzi di lei…»
Il racconto di Renato la colpì. Avrebbe voluto approfondire ma era davvero troppo tardi: «Se riesco torno oggi pomeriggio a dare una mano. Tu trattala bene, mi raccomando.»
Si salutarono e Renato rientrò in veranda con la scatola degli attrezzi, accolto dal profumo del caffè.

Per quanto non avessero mai parlato e non potessero dire di conoscersi, Marina e Renato si ritrovarono a chiacchierare con una confidenza davvero straordinaria. L’intesa c’era. Si sarebbe potuta toccare con mano tanto era forte, evidente, incarnata. Dopo il caffè che si protrasse per una buona mezz’ora, Renato cominciò a lavorare all’impianto elettrico. Marina lo aiutava: reggeva la scala, passava gli attrezzi. Parlavano, ridevano, ricordavano i vecchi tempi, si scambiavano informazioni su conoscenti e amici persi di vista: alcuni erano deceduti, altri vivevano altrove, altri semplicemente erano spariti senza lasciare tracce – la maggior parte si erano sistemati finendo per diventare uguali o molto simili a coloro i quali avevano contestato ferocemente in gioventù. Di tanto in tanto lei sbagliava i pronomi e giù a scusarsi, a ridere, a sbagliarsi di nuovo. Lui le disse che gli amici, anche i più aperti, dopo la transizione erano così a disagio nell’avere a che fare con lui che alla fine si erano comportati come fosse morto. Lei gli disse che lo ammirava, stimava, che non aveva problemi con l’omosessualità. Lui le fece notare che omosessualità e transessualità non erano sinonimi. Lei giurò che lo sapeva. E così la giornata trascorse velocemente, volò via. Quando Renato ebbe finito di riparare l’impianto, calò uno strano silenzio. Lei ci tenne a dirgli quanto era contenta di averlo ritrovato e che le avrebbe fatto piacere vederlo nuovamente, in futuro. Lui le credette.

Quasi non volessero perdersi, per qualche giorno si scrissero: battute, buonasera, buongiorno, poi lui la invitò a cena e lei declinò. Da quel momento i messaggi si diradarono sempre più, sino quasi a sparire completamente.

Era accaduto ancora. Succedeva da anni. Renato, sapeva di non avere nulla di sbagliato, nulla da rimproverarsi, ma tutta questa sistematicità, questo continuo ripetersi di indifferenze, rifiuti, avrebbe messo a dura prova l’autostima di chiunque, tanto più di una persona che già non godeva di chissà quale successo sociale, che già era finita all’indice e ai margini a causa delle sue sgradite difformità. Così, strisciante e involontario, si era insinuato in lui un certo disprezzo di sé, disprezzo che cresceva ogni volta che doveva fare i conti con l’esclusione che attraverso il disconoscimento della sue qualità umane prima che della sua identità di genere, negava la sua esistenza, tout-court, come persona. A volte doveva lottare contro il sospetto di non valere più nulla, ammesso che in qualche momento della sua lunga esistenza abbia avuto un seppur microscopico valore, cosa tutta da dimostrare, secondo lui. Una vocetta perfida lo torturava dicendogli che qualunque cosa avesse fatto e facesse, qualunque virtù, talento avesse, niente sarebbe contato più delle sue difformità, nulla avrebbe aiutato le persone a superarle, non tenerle in conto, preferendo lui, la sua anima, alla sua condizione, al suo status, alle conseguenze che frequentarlo avrebbe causato socialmente e con la propria coscienza, il proprio profondissimo conformismo, la propria inconsapevole e altrettanto profondissima transfobia. Passi qualsiasi cosa, anche l’omosessualità o qualsiasi altra “devianza”, ma la non appartenenza a un genere biologico definito, riconoscibile e riconosciuto, NO, questo proprio no!

«Ma perché?», gli chiese un conoscente.
«Vuoi una risposta sincera, volgare?»
«Certo.»
«Uomini e donne preferiscono il cazzo. Lo vogliono naturale, grosso e funzionante. La fica, se piace, deve essere attaccata a una donna, alla fine va bene anche Trans. La fica su un corpo maschile non incontra tutto questo gradimento. Una donna con il cazzo ha tutto quello che il mercato del sesso richiede, ma un uomo senza cazzo che roba è?»
«Tu mi parli di sesso, ma cosa c’entra con l’amore?»
«Cosa muove il mondo, oggi? L’amore? No, il denaro e il sesso. Gli sguardi sono consumistici, pornografici. Uomini e donne, prima di qualsiasi altra cosa fanno valutazioni estetiche e sessuali. Si chiedono: è scopabile? Ne varrebbe la pena? Ci saprà fare? Sarà divertente? Non si chiedono quasi nulla sulle qualità umane e intellettuali della persona, quali conseguenze può avere tutta questa mercificazione, disumanizzazione, no, parlano proprio di “divertimento”. Divertimento, capisci? Usa e getta, una botta e via, per divertirsi, per divertimento!»
«Ma no, dai…»
«E questo è tanto più vero se parliamo di rapporti tra cisgender e transessuali. Qui il feticismo prevale e altre domande s’impongono, tutte naturalmente incentrate sul sesso e l’organo genitale. L’amore non è cosa a cui una persona Trans possa ragionevolmente aspirare. Una donna, specie se non operata, potrà fare molto sesso nella sua vita, un uomo non operato poco anche di quello e prevalentemente con uomini cisgender, perlopiù feticisti, appunto. Fidati.»

Renato non riusciva a darsi pace, ma cosa poteva fare più che prendere atto di essere finito in un limbo esistenziale che lo condannava all’inesistenza?

Di Marina non seppe più nulla e a poco a poco, con molta amarezza e talvolta dolore profondissimo, finì per aspettarsi dagli esseri umani il nulla.

La vita non finisce in un solo modo, con la morte del corpo. Renato imparò a respirare senza vivere.

 

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